Sconfitta non preoccupante per il Genoa contro la Lazio, ma sono emersi vecchi problemi

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La sconfitta di fronte alla Lazio non scalfisce minimamente il presente e il futuro prossimo del Genoa. Un passo falso indolore, accolto senza drammi, e pazienza se la gara poteva sicuramente finire meglio e non peggio, considerata la scarsissima pericolosità dei biancolesti, andati a bersaglio in una delle rarissime circostanze favorevoli. Sarebbe bastato che Ekuban – peraltro ammirevole per combattività e generosità – sfruttasse al meglio quel ghiottissimo contropiede verso fine primo tempo, sullo 0-0, per registrare ben altro risultato.

Quest’anticipo di campionato, tra una squadra che ha riposato sette giorni e un’altra appena quattro, ha avuto uno sviluppo ideale per aprire un profondo dibattito in casa Genoa. Immancabile, è riemerso l’andazzo di mille capitoli stagionali precedenti: dopo un primo tempo perlomeno accettabile, i rossoblù si sono fatti assediare, rinculando decisamente e ammassandosi non sulla propria trequarti ma addirittura all’interno dell’area di rigore e finendo per beccare il gol.

Ormai è un andazzo difficilmente estirpabile, che sollecita un quesito per ora senza risposta sulle sue cause. C’è chi addebita la responsabilità ad un atteggiamento rinunciatario imposto da mister Gilardino e chi invece chiama in causa le caratteristiche di un organico privo di palleggiatori sia nella mediana sia sulle fasce. Probabilmente la verità sta in mezzo. Di sicuro per allentare la pressione di avversari tecnicamente più dotati occorre ogni tanto tenere palla e dominare a centrocampo, ma il Genoa è in grado di farlo? Forse no, ma non aiuta certamente la fedeltà (almeno sin quando non occorre recuperare un parziale sfavorevole) alla difesa a tre, che senz’altro conferisce maggiore robustezza alla fase difensiva ma obbliga a sacrificare un centrocampista.

A prescindere dai risultati, dipesi anche dallo stato di forma dei vari individui, il Grifo ha sempre tenuto fede ad una matrice irrinunciabile: nessun passaggio palla al piede dal centrocampo e assoluta ripetitività nei lanci lunghi, spesso di un portiere non certo dotato di piedi educati, a imbeccare immediatamente le punte.

L’analisi di cui sopra si lega inevitabilmente all’umore della tifoseria genoana nei confronti dell’allenatore. I ripetuti cori partiti dagli spalti all’indirizzo di Gila segnalano un preciso pronunciamento, che d’altronde non può sorprendere. Il popolo rossoblù, per decenni abituato a salvezze miracolose e a cocenti dispiaceri, ha sempre sposato la tesi dei cosiddetti “risultatisti” a scapito di chi pretenderebbe anche un calcio più propositivo e gradevole. I 38 punti già incamerati, con annessa una tranquillità di classifica registrata raramente in questa contrada calcistica, riempiono di soddisfazione e spingono in netta minoranza gli esteti e i fanatici delle statistiche legate al dominio territoriale delle gare.

Tale discussione si sposta ovviamente sulle strategie future, sia del tecnico, sia della società. Tra le parti c’è profonda stima umana ma le idee di calcio non collimano affatto. I 777, dallo spirito americano, puntano allo spettacolo inteso anche come espressione collettiva e non solo come show di qualche singolo calciatore e soprattutto pretendono che le teorie sviluppate dall’allenatore di turno sfocino in una valorizzazione del patrimonio calciatori. Le teorie di Gila hanno esaltato un folletto anarchico e talentuoso come Gudmundsson, frustrando invece le caratteristiche di Retegui, null’altro che il terminale delle azioni offensive. In molti si stanno chiedendo quali gol segnerebbe l’azzurro nell’Atalanta del Gasp e quanti Lautaro, implacabile in area, in un Genoa a trazione posteriore.

Di certo, in parte per via degli infortuni e in parte per queste premesse tattiche, Matias sta uscendo svalutato da questa stagione, e se escludiamo De Winter, in costante progresso, e parzialmente Spence, non uno dei nuovi acquisti – sia agostani, sia invernali – è lievitato di quotazione. Ci riferiamo in particolare a Martin ma anche a Thorsby, Bohinen (ospite fisso della panchina) e allo stesso Ankeye. E qui occorre chiedersi se sia dipeso dalle scelte del tecnico, da sempre proteso a privilegiare elementi anche anziani ma pronti e affidabili o da quelle del club, che forse sul mercato non ha pescato calciatori di livello.

PIERLUIGI GAMBINO

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