Coi bianconeri di Torino un Genoa con tante luci e poche ombre

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Premessa: i commenti di allenatori, giocatori e giornalisti si legano a doppio filo al risultato, sicché è giusto chiedersi se sarebbero mutati, pagelle e voti compresi, se uno di quei palloni respinti dai montanti allo Juventus Stadium fossero invece finiti nel sacco di Martinez.

Cercando di prescindere dal punteggio finale, la gara di Torino ha espresso in gran parte luci anche intense e qualche ombra. Partendo da queste ultime, non possiamo che rimarcare come il Genoa abbia nelle gambe, contro qualsiasi avversario, non più di un’ora ad alto livello. Col Monza e in altre gare casalinghe precedenti fu regalato all’Avversario il primo tempo e allo Stadium, per contro, si è tornati alle vecchie abitudini del girone di andata: 50 minuti da leccarsi i baffi e poi, quando gambe e fiato iniziano ad appesantirsi, altri 40 circa di barricate. È arduo calarsi nelle cause di questo doppio volto, ma alcune emergono nitidamente: in primis la limitata autonomia di centrocampisti datati, che alla distanza si arrangiano con il mestieraccio e iniziano a raggrumarsi a difesa del tesoro; in secondo luogo la mancanza di un centravanti realmente strutturato e di un contropiedista ficcante. Stavolta era assente anche Ekuban, che almeno in parte può soddisfare l’esigenza, ma si tratta pur sempre di un rincalzo. Infine la ridotta capacità di palleggio di troppi giocatori – esterni compresi – costretti così ad eludere la pressione avversaria con i classici lanci lunghi verso le punte.

Sempre in tema di negatività, possiamo aggiungerne una che reputiamo contingente: la forma altalenante di Retegui e Gudmundsson, i due elementi che nel girone di andata tennero in piedi la baracca. Il primo gode però di due attenuanti: gli esigui, quasi inesistenti rifornimenti ricevuti, in specie dalle fasce laterali, e il prorompente atletismo di certi antagonisti, veloci e rocciosi come il bianconero Bremer.

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Anche l’islandese va giustificato, almeno in parte: nell’ultima gara Gila lo ha arretrato di parecchi mesi, a fungere da elemento di raccordo tra centrocampo e i due compagni più avanzati. In teoria è parso più libero di scorrazzare ovunque per il campo ma in compenso gli avversari hanno ormai imparato a conoscerlo e… temerlo e gli montano una guardia asfissiante, dedicandogli uomini con ben altra fisicità.

Ed ora passiamo alle numerose note confortanti. La prima è una fase difensiva eccellente, senz’altro cresciuta di livello rispetto a qualche mese fa. A prescindere dai montanti amici, a novembre il Genoa non avrebbe resistito alle veementi offensive bianconere e sarebbe uscito battuto. Non un genoano, anche chi non è guardia scelta, si è concesso distrazioni, tentennamenti, pause: tanto che, se escludiamo i due episodi di cui sopra, Martinez non ha corso un solo rischio di capitolazione.

L’esperimento del tridente non è assolutamente fallito e va riproposto. Di sicuro appare difficile escludere ancora dall’assetto base Vitinha, protagonista durante il primo tempo ma anche in uno spezzone della ripresa. Il portoghese ha piede morbido, fantasia, velocità: un prospetto interessantissimo anche in prospettiva.

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Ancor più lusinghiera la prova di Spence, che evidentemente ha superato certi momenti dispari di carriera e sta riemergendo alla grande. L’esterno inglese ha qualità di primissimo piano e la speranza è che la società rossoblù riesca a trovare la formula per acquistarlo o almeno per rinnovare il prestito per ancora una stagione.

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Elogiata in blocco la retroguardia, è un atto di giustizia spendere una parola in più per Mattia Bani, che a 30 anni appena compiuti sta portando avanti la miglior stagione della vita calcistica e ha arricchito con Vlahovic la già pingue collezione di nobili scalpi da appendere alla parete. Molti di noi, lo scorso agosto, temevano fosse un punto debole in serie A: siamo felicissimi di esserci dovuti ricredere. Il toscano, tra l’altro, funge da esemplare “chioccia” per i compagni più giovani, specialmente De Winter, che sta lievitando partita dopo partita. A breve scatterà l’obbligo di riscatto da parte del Grifone, ma si tratta di denari ben spesi, anche considerando i suoi neppur 22 anni.

Infine, una nota sulla classifica. Il dodicesimo posto è un traguardo fantastico per una matricola, ma ancor più lo sono i 34 punti già in ghiacciaia. Alla ripresa arriva a Marassi un Frosinone con le gomme abbastanza sgonfie: battendolo, sarebbe virtuale salvezza con otto turni di anticipo. Concedeteci di parafrasare Cartesio: “Sogno o son desto?”.

                                 PIERLUIGI GAMBINO

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