Tante indicazioni per Gilardino dalla sconfitta col Monza, Genoa con più luci che ombre

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“Il brutto primo tempo è stato più per colpa mia che dei ragazzi”. Parole che fanno onore ad Alberto Gilardino, sulla cui onestà intellettuale non si può proprio dubitare. In effetti, a leggere la formazione iniziale contro il Monza le smorfie di perplessità sugli spalti sono state diffuse. Contraddicendo il famoso detto di Osvaldo Bagnoli – “Ofelé fa il to mestè” – il mister biellese per sostituire l’infortunato Martin ha giocato a scacchi muovendo parecchie pedine e ottenendo risultati disastrosi.

Ricapitoliamo. Sabelli, un destro naturale, è finito a sinistra dove rende la metà. Mentre Messias, che come centrocampista centrale proveniva da prestazioni eccellenti, si è trovato sulla fascia esterna, per lui innaturale. Anche al Milan giocava su quel versante, ma più avanzato e con la copertura di un terzino (Calabria) che nella 3-5-2 non è contemplata. Per finire, ecco il rilancio tra i titolari di Strootman, che da qualche tempo si limita ad agire in un fazzoletto, con relativa autonomia atletica cui sopperisce ricorrendo di frequente al fallo. L’olandese dice 34, Badelj addirittura 35 e il giovincello Messias è prossimo ai 33: di grazia, quale altra squadra di serie A, in un calcio ormai proteso a dinamismo e atletismo spinti all’eccesso, schiera un centrocampo a cinque coì anziano?

L’ottimo secondo tempo disputato dal subentrante Spence ha moltiplicato i rimpianti. Con lui al posto dell’ex milanista, il primo gol sarebbe stato scongiurato e forse anche il secondo. Con una semplicissima sostituzione diretta – esterno per esterno – il Genoa non avrebbe compromesso gli equilibri faticamente raggiunti nelle ultime partite.

Beninteso, il passo falso di sabato sera non è la fine del mondo, considerando il valore di un Monza innervato dai milioni versati dal compianto Silvio Berlusconi ed è vero altresì che si impara ben più dalle sconfitte che dai successi. L’importante sarà non insistere sul concetto secondo cui i rossoblù avevano speso troppe energie per fronteggiare la schiacciasassi interista. È umano che Gilardino (in primis) e tutti i suoi giocatori ci tenessero a raccogliere applausi e consensi nel teatro calcistico più prestigioso, ma la gara da cercar di vincere era quella successiva, ed è stata persa.

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Senza fare drammi, si deve anche notare che sino a dicembre il trio arretrato era composto da Bani, Vasquez e Dragusin, partito il quale è stato promosso De Winter, non da bocciare ma pur sempre inferiore al rumeno. La prima riserva ora è Vogliacco, che – tra i protagonisti della cavalcata trionfale in cadetteria – sta faticando non poco ad ambientarsi ai ritmi della massima serie A. Ovvio che il rendimento del reparto sia calato.

Il secondo tempo ha visto all’opera un Genoa a trazione anteriore, come imponeva il risultato parziale, e va detto che Spence non è stato la sola nota confortante. Da rilevare l’eccellente impatto di Vitinha, che non è certamente un ariete proficuo (che gol si è mangiato!), ma con la palla a terra ci sa fare, eccome. Ora come ora, appare più in palla rispetto a Gudmundsson, il quale dopo l’intervallo è entrato maggiormente nel vivo della manovra, assumendosi la responsabilità di creare opportunità dalla fascia sinistra. L’islandese resta lontano dal rendimento garantito sino ad un mesetto fa, ma non è certo biasimabile l’insistenza di Gila nel riproporlo tra i titolari.

Nella circostanza è mancato pure Retegui, mai vicino alla segnatura, ma per una volta ci sentiamo di assolverlo: Pablo Mari con i suoi 193 centimetri si è rivelato un muro invalicabile.

Meglio voltare pagina e pensare all’impegno nello stadio della Juve: altra vetrina luccicante per chi – in campo e in panchina – ha voglia di squadernare le proprie doti. Tutto ok, a patto non di scostare lo sguardo dalla classifica, lusinghiera ma non ancora del tutto tranquillizzante.

PIERLUIGI GAMBINO

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