Ora la lettura dei minuti finali per Gila è un’emergenza proritaria

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“Perdere così fa male”: Alberto Gilardino ha imparato a memoria il ritornello da propinare ai cronisti al termine delle partite perse tutte all’identico modo. Da lui invece ci attenderemmo illuminazioni riguardo alle cause di episodi che si ripetono con disarmante frequenza, in specie lontano da Marassi. Sì perché neppure il tifoso più tollerante e benevolo potrebbe urlare alla jella come alla primaria colpevole di certe reiterate situazioni.

Sia chiaro, non è colpa del tecnico biellese se Martinez, forse abbagliato dal sole, regala letteralmente il primo gol al Frosinone e se in precedenza Puscas si divora un gol che neppure un centravanti di Terza Categoria avrebbe omesso di realizzare. Un doppio episodio che ha condizionato sicuramente il verdetto della gara allo Stirpe, che tuttavia si poteva ugualmente archiviare con uno o addirittura tre punti in saccoccia.

Sinora il Genoa ha beccato gol in 7 occasioni negli ultimi 10 minuti e ben cinque nei 4 minuti conclusivi. No, non può essere un caso, ma una sindrome piuttosto grave contro la quale il tecnico non sta trovando alcuna medicina. Il primo quesito da porsi riguarda l’atteggiamento costante della squadra nei minuti conclusivi: anche a Frosinone, dopo 85 minuti abbondanti di assoluto equilibrio – con più di un’opportunità di trovare il secondo gol sfruttando gli spazi – i rossoblù si sono passivamente asserragliati davanti a Martinez lasciando che gli avversari li assediassero. È un andazzo che in serie A caratterizza solo il Genoa e non può essere soltanto spiegato con la stanchezza o con le caratteristiche dei singoli elementi. Possibile che un tecnico, dopo diversi mesi di lavoro, non metta mano a questo difetto?

Il secondo interrogativo riguarda i cervellotici cambi di formazione decisi nei minuti finali. A Torino e Udine il gol fatale in zona Cesarini è arrivato anche a causa di certe sostituzioni e a Frosinone l’errore è stato ancor più marchiano. I gialloblù comandavano la gara, ma la Maginot stava reggendo egregiamente: gli avanti ciociari non trovavano un centimetro di spazio, come soffocati, e Martinez non stava correndo alcun rischio. A che pro rivoluzionare l’assetto inserendo in un sol colpo tre calciatori, due dei quali – Galdames e Hefti – da lunga pezza avulsi dal contesto della serie A? Nell’azione vincente i locali sulla fascia destra hanno fatto il bello e il cattivo tempo senza un minimo disturbo. Sarebbe successo così senza quell’indebito repulisti? Permetteteci di dubitarlo.

A che è servito giocare meglio degli strombazzati frusinati per quasi 90 minuti, produrre un numero superiore di conclusioni e vincere anche la partita a centrocampo? A nulla. É indubbio che con un Retegui appena presentabile al posto di Puscas almeno un altro pallone sarebbe finito nel sacco ciociaro ed è pur vero che infortuni sul lavoro come quello capitato a Martinez ogni tanto accadono pure ai portieri più dotati, ma anche con questi handicap il risultato positivo era a portata di mano.

Certo, fa rabbia veder sciupato il talento sciorinato dal risorto Malinovskyi, protagonista assoluto dell’incontro. La sua resurrezione, intendiamoci, è una cambiale da riscuotere nel futuro, ma restano il dispetto, il profondo senso di frustrazione nell’animo di qualsiasi suppporter genoano.

Così la prossima gara con l’Empoli non è più derubricabile come semplice capitolo stagionale ma assume le stigmate di uno spareggio salvezza, da affrontare probabilmente senza un altro pilastro come Strootman, uscito anzitempo per infortunio. Intendiamoci, certi handicap accomunano il Grifone ad altri club anche più ambiziosi – Milan in primis – e si legano senz’altro al nuovo calcio, basato su atletismo e intensità agonistica, ma il numero dei guai muscolari inizia ad essere cospicuo e necessita di qualche approfondimento, a maggior ragione considerando il divario abissale di rendimento tra i titolarissimi e i panchinari.

                        PIERLUIGI GAMBINO

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