Ciao Trevor, fenicottero inglese con il tocco latino

Fonte: UC Sampdoria.it Youtube

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Capita a molti nella vita, e spesso, di utilizzare schemi deduttivi, che partono da basi logiche e da esperienze vissute e permettono di meglio classificare l’esistente, con semplicità e risparmiando tempo.

Personalmente, e so di essere in folta compagnia, ho sempre pensato al calcio come ad uno sport il cui habitat umano ideale possa essere la gente latina, di qua e di là dell’oceano: fantasia, estro, e la necessaria sfrontatezza per tenere a debita distanza le rigidezze nordiche.

Ho sempre riconosciuto ai tedeschi – soprattutto la squadra dei primi anni Settanta – la capacità di ovviare a qualche carenza tecnica con l’abnegazione e la fedeltà ai compiti assegnati in campo. Soggetto, verbo, complemento.

Ma, tant’è, non riuscivo proprio ad appassionarmi al calcio inglese. “I maestri”, ma di cosa? Centrocampisti da corsa, prime punte bisontesche, difensori calcisticamente analfabeti, ali che correvano su ipotetici binari, capaci esclusivamente di scodellare palloni a centroarea.

Ma poi arrivò lui. Lo “striker”. Trevor Francis. E persino uno che non si era mai appassionato a Keegan, né a Dalglish, cambiò modo di vedere le cose.

Perché osservare dal vivo quel fenicottero dalla muscolatura tanto filante quanto fragile mi fece capire che un dribbling e un tocco soave erano possibili anche al di sopra del 45° parallelo, metà strada tra Polo Nord ed Equatore, che lo sappiamo qual è, perché ci pestiamo sopra ogni volta che passiamo da Voghera.

Ricordo bene la storia di quel Nottingham Forrest guidato da Brian Clough, e con giocatori mica male come Woodcock o il talento mai sbocciato di Birtles, e tra i pali Peter Shilton, il vero erede di Gordon Banks: arrivato da neopromosso nel 1977, si prese la Premier (che non si chiamava ancora così) l’anno successivo, e poi per due anni di fila – 1979 e 1980 – la Coppa dalle grandi orecchie, unica squadra al mondo ad aver vinto più Coppe dei Campioni che campionati. La prima finale, contro il Malmoe, la decise lui, alla fine del primo tempo: Trevor Francis.

Trevor, il primo giocatore da un milione di sterline del calcio britannico. Trevor, che stava per sbattere fuori dai Mondiali di Spagna la Germania, poi finalista, e chissà come sarebbe andata a finire. Trevor, che un mese dopo sbarcò, nell’incredulità, tra la gente blucerchiata ammassata nel caldo in Via XX Settembre, e si stava capendo che lì la storia sarebbe cambiata. Per sempre, e per non tornare più indietro. Quasi 36.000 e rotti di media, record cittadino mai più nemmeno avvicinato.

Trevor, che costringeva l’intelligente ed umile Renzo Ulivieri a cambiare schema tattico: dal 4-3-3 con cui aveva vinto, alla grande, la serie B, ad un più storicizzabile 4-4-2, e spazio a lui e al talento Bobby Gol, altro acquisto di quell’estate da sogno. A proposito: fu proprio Trevor, durante un’intervista, a usare per primo quel nomignolo, Bobby, riferito a Mancini. “Che bella età, quella di Bobby!”, disse sospirando.

Trevor che si allungava come Mr. Fantastic, specie con le gambe, e: intanto, metteva in area, girandosi in caduta e soprattutto con il destro, i palloni più pazzeschi che si siano visti a Marassi; ma, purtroppo, vedeva allungarsi fino allo strappo i suoi muscoli setosi.

Trevor che batteva praticamente in caduta persino i calci di rigore, come quella volta a San Siro, autunno 1984, per una vittoria meritata ma dagli undici metri.

Trevor che Collovati e Zenga devono ancora capire da dove sia passato, tre volte in due anni, ma anche Cattaneo a Udine, a dimostrazione che i difensori italiani sono i migliori del mondo per 364 giorni all’anno (capitava anche a Vierchowod, ad esempio con Polster).

Trevor che andava ai Bagni Europa a Quarto con Souness, e segnava di testa come se fosse stato davvero un attaccante inglese.

Trevor, che si vide annullare due gol uno più buono dell’altro in un derby dominato, e a fine partita diceva al microfono, rivolto ad Agnolin, con la sua sottile ironia: “Non sapevo che oggi fosse vietato segnare”.

Trevor che vinse, e con pieno godimento, la prima Coppa Italia, il Prototrofeo della gloria blucerchiata, e che meglio di altri ne ha interpretato lo stile – lo stile, lo stile, lo stile, parola che appartiene al mondo blucerchiato – persino presso i tifosi, con le loro bombette di ogni ordine, grado e portafoglio.

Trevor che amò, per suo dire, ogni momento in blucerchiato, anche quando tornò con pochi capelli e giaccone in renna a ritirare la sua maglia, non molti anni fa.

Trevor, che in quest’anno disgraziato, che ci sta portando via le lanterne rosse del nostro modo di essere – i blucerchiati, qualcosa d’altro e di tutt’altro, grazie al Cielo, rispetto al già visto – ci ha lasciato oggi, a sessantanove anni, in punta di piedi, allungando ancora una volta quella sue zampe da fenicottero.

Trevor, che mi ha fatto ricredere sul calcio inglese e di altre latitudini.

Giuseppe Viscardi

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