A Dio, Pelè: è morto il Re, Viva O Rei

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Potenza dei social network. Guardavo, sognante, di quella malinconia che avvolge chi sa di avere passato da tempo la metà campo della vita, quanti stanno ricordando in questi minuti Pelè, la “Perla Nera”, che ci ha lasciato a 82 anni in balia di difese schierate, di atleti con tanta gamba e poco piede, di allenatori sergenti e non poeti.

Il Social Network mi chiede a cosa sto pensando. Ne ho un ricordo preciso ma lontano, e ho dovuto cercare questo passaggio: Pelè ha salutato questo mondo circa dieci anni dopo una delle sue vittime più celebri (e brave): Ladislao Mazurkiewicz, probabilmente – insieme a Roque Maspoli – il più forte portiere uruguayano di ogni epoca, e – considerate le sue origini – un altro gioiello prodotto dalla scuola dei portieri polacchi, che – come Italia, Belgio, e saltuariamente Spagna e Germania – continua a sfornare ottimi “estremi difensori”.

Ma Pelè era più bravo di qualsiasi portiere: chi mastica un po’ di inglese sentirà il telecronista pronunciare distintamente la parola “genius”. La definizione più adeguata.

P.S.: lassù, lui e Diego potrebbero anche coesistere. Questioni di piede. In fondo, quel Brasile 1970 aveva cinque numeri 10 dalla cintola in su: uno adattato a fare l’ala (e segnò sette reti, sotto al solo, divino Gerd Muller, un altro che il posto fisso in quella Nazionale lo ha senz’altro), uno a fare il regista, uno a calciare punizioni, uno a fare le sponde. L’ultimo, a fare il genio, e a galleggiare sulle spalle di Tarcisio Burgnich.

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