Un Genoa poco lucido cade nello Stretto: la Reggina lo batte 2-1 e lo affianca al 2° posto

Palermo e Reggina come Scilla e Cariddi per il Genoa: non c’è scampo. È uno Stretto di mare quello su cui si affaccia Reggio Calabria e su cui si prolunga la Sicilia, ma per il Grifo quei terreni di gioco si rivelano più dei vicoli senz’uscita. Quasi come quello in cui ci si stava imbucando anche a Terni, prima che Coda e Strootman la ribaltassero. Stavolta però gli eccellenti tenori del Genoa non sono riusciti a prorompere in acuti che spezzassero la più affinata coralità della compagine avversaria, e così per il Vecchio Balordo è suonata l’ora della seconda pesante stecca stagionale. Tale non solo per come è stata maturata, ma perché permette alla Reggina di ergersi dal gruppo delle contendenti e di affiancarsi ai rossoblù al secondo posto in graduatoria, graffiando l’immagine di un Grifo molto più forte di tutte le potenziali rivali nella sua ascesa alla Serie A.

Ineffabile, inossidabile, irremovibile Blessin sugli schemi, al limite si concede qualche variazione sugli uomini, spesso forzata dalle condizioni di salute: così nel 4-2-3-1 Semper in porta viene preferito a Martinez, forse ancora malconcio per quanto patito nel convulso finale di Terni, altra trasferta difficile per il Grifo; Sabelli torna a destra e Czyborra esordisce da titolare a sinistra, affianco a Bani e Dragusin; Frendrup va in mediana affianco a Strootman, stoico a scendere ancora una volta in campo nonostante il gravissimo lutto che lo ha colpito, l’addio del padre, che ha commosso tutto l’ambiente ; Guðmundsson, ripresosi dai suoi reumi, torna  undici del fischio d’inizio, con Aramu e Jagiello, dietro a Coda.

Apparentemente più canonico il 4-3-3 di Pippo Inzaghi, in cui spiccano un ex davvero poco rimpianto come Hernani a centrocampo affianco al rampante 19nne dal piedino caldo e dinamitardo Fabbian, a guidare la difesa lo svedese di Imperia Riccardo Gagliolo, scandinavo da parte di madre, cresciuto nella Sampdoria ma anche con Andora, Sanremese e ASD Imperia, ma soprattutto in avanguardia Jérémy Ménez, sin troppo sfrenato talento ai tempi del Milan di 10 anni fa e che nello Stretto ha saputo ritrovare la sua dimensione di fantasista. Il francese in avanti è accompagnato da Rivas ma soprattutto da Canotto, il talento di casa ritornato dopo un lungo giro per lo Stivale.

Inizio molto accorto per entrambe le compagini che del resto confidano ambedue nel contropiede per esprimersi al meglio; Czyborra ha voglia di fare bene e spinge sul suo lato, ma è Canotto che scalda gli altrui guantoni per primo, è appena una scintilla ma sta semplicemente cominciando a carburare.

Al 12’ il sgusciante esterno calabrese da una prova della sua abilità provando a sfuggire in area sulla destra a Dragusin, che gli dà letteralmente il fianco, ma a soccombere è l’amaranto: ovvero il rumeno nella corsa tocca e sbilancia l’avversario che vola come se gli avessero sparato, l’arbitro giustamente non ravvisa gli estremi per un penalty, anche se inizialmente Canotto esulta credendo che gli sia stato fischiato un rigore a favore. Sembrava una Cassandra, sarà felice profeta.

Al 15’ lo scatenatissimo Canotto trova il gol che spezza lo 0-0: lancio complicato di Majer che il compagno aggancia alla perfezione, poi dribblando si allontana dai marcatori puntando la propria porta, si gira repentinamente e dardeggia in porta!

Nei successivi 10 minuti si vede il lato peggiore del Genoa: una squadra che rumina minuti di possesso palla senza mai mordere o essere incisiva, con gli avversari che senza fare sfracelli sanno comunque essere più mordaci appena recuperata la palla.

Al 33’ arriva così senza troppo merito il pareggio del Genoa, frutto sì di una ferrea volontà di pareggiare e dominare, ma soprattutto del caso, perché tale erculea determinazione non è accompagnata da pari lucidità: Sabelli mette un placido cross dalla destra, Gagliolo tocca di testa e lo allunga il giusto per la capoccia di Aramu, che con la precisione degna del 10 che ha alle sue spalle infila Ravaglia.

Ma nonostante l’apparente accenno propizio della buona sorte e il tocco col capo dell’ex Venezia, il Genoa non c’è con la testa e le gambe, solo col cuore. Svagato, nervoso, lento, il tempo di battere, e già al 35’ si fa infilare da una percussione di Rivas dalla sinistra: prova a fermarlo prima Sabelli tirandolo per la spalla e poi in maniera più decisa Bani. Calcio di rigore dopo lunghissimo consulto al Var, quasi 7 minuti! Forse in realtà non così tanto discutibile; sicuramente di più il giallo a Sabelli, a cui è stato attribuito il fallo, e soprattutto quello per proteste a Bani, sanzionato nonostante fosse nel suo diritto di capitano di muovere le rimostranze che ritiene opportune.

Dal dischetto va Menez, che però non tiene fede alla sua nomea: tira un rigore pessimo, debole e centralissimo, che Semper quasi blocca tra i pugni invece che respingere.

“Solo” 5 i minuti di recupero della prima frazione, che restituiscono un Genoa che controlla il pallone senza mai dare l’idea di poter fare altrettanto con la partita, e una Reggina che da l’idea di avere a che fare non con un Grifone, ma con un torello, tipo quello rosso della Red Bull i cui modelli sono tanto cari a Blessin e Sports, da far sfogare prima di matarlo.

La ripresa comincia sulla medesima falsariga, Genoa legnoso nonostante il predominio territoriale, Reggina frizzante. E al 52’ arriva il secondo rigore della partita per la Reggina, forse in realtà più contestabile di quello che è stato attribuito nel primo tempo, anche se il tocco di braccio di Czyborra è nettissimo. Il tedeschino già è colpevole, o forse meritevole, di un intervento in scivolata su Canotto che fa urlare al rigore, ma che per l’arbitro è sul pallone; si appropria del pallone il terzino Pierozzi, che si fionda sulla destra e crossa, centrando da distanza ravvicinatissima, quasi mirandolo, il braccio del terzino rossoblù, che si era avvicinato col braccio lievemente troppo largo, e si ritrova impossibilitato a scansarlo.

Dal dischetto Hernani, che spiazza Semper, accrescendo ai tanti dolori provocati al pubblico genoano quando ne difendeva i colori il gol dell’ex.

La melina del Genoa solleva gli Olè di timbro sbagliato

Mentre la partita si fa via via più nervosa, Blessin prova a cambiare la partita rimischiando le carte: fuori un impalpabile Jagiello e un Guðmundsson poco ispirato per il ruvido Portanova e il raffinato Yalçın, ma i subentrati non riescono a sbrogliare la matassa in cui va a infilarsi l’undici gestito dal tecnico di Stoccarda. Nemmeno i successivi innesti di Hefti (per Czyborra) e Yeboah (per un Coda stralunato) cambiano il succo della partita: il Genoa si impegna, suda, si indegna, non getta mai la spugna, ma non gli riesce di uscire dal campo con gran dignità. I tifosi Amaranto infatti, un vero spettacolo, al 89’ cominciano a sbeffeggiare la mezz’ora di melina del Genoa, quasi dovesse difendere un vantaggio invece che scardinarlo, con degli Olè a ogni passaggio, tanto canzonatori quanto feroci nei confronti del lavoro di Blessin.

Solo negli ultimissimi minuti, nel corso di un recupero lunghissimo, arriva qualche pallone vagamente pericoloso per Ravaglia. In compenso Canotto che esce al 81’ tra gli applausi sino all’ultimo fiato come scattava faceva ballare tutta la difesa avversaria.

Finisce con la strepitosa gradinata di casa che omaggia i suoi paladini accendendo lumini e Smartphone; e l’ancor più spettacolare, non a livello di coreografia ma di azioni, tifoseria che accorsa a sostenere, in auto, moto, treno il suo Grifo in un lunedì feriale dall’altra parte d’Italia, leva alta la sua voce dopo una brutta sconfitta. Il cammino verso la Serie A vedrà ancora tanti tortuosi chilometri da affrontare, ma niente è compromesso. Sarebbe però bene cominciar a imparare dai propri passi falsi, invece che insistere su certe tattiche che non sembrano rendere come dovrebbero.

Federico Burlando

 

 

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