A Cosenza un Genoa da primo posto, ma si può ancora migliorare

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Senza la clamorosa impresa in rimonta della Ternana a Benevento, la nona giornata di serie B avrebbe assunto aspetti trionfalistici per il Genoa. Beninteso, bastava già il successo a Cosenza per riempire di positività questo sabato, ma i contemporanei capitomboli di Reggina, Brescia e Bari hanno disegnato una nuova graduatoria favorevolissima al rampante Grifone.

La squadra di Blessin ha improvvisamente cambiato marcia, squadernando al “Marulla” un’autorità prorompente, che nessun altro team cadetto può minimamente avvicinare. È raro registrare un dominio così netto di una formazione ridotta in dieci uomini, perdippiù in trasferta. Verissimo che il Cosenza non vale la posizione occupata in graduatoria e che le sue reali potenzialità si fermano ad una corposa fase difensiva, ma l’impotenza mostrata al momento di recuperare non può essere spiegata solo con i suoi limiti intrinseci: ci ha messo di suo un Genoa fisicamente prorompente, tatticamente organizzato (come lo sono sempre state le creature di Blessin) e maturo in ogni circostanza. Quei due minuti abbondanti trascorsi nel finale accanto alla bandierina del corner in zona d’attacco per difendere l’1 a 2 è stato il segnale più evidente di una capacità di interpretare le varie fasi di match, tipica di chi sa cosa vuole e come conquistarlo.

Se la gara è rimasta aperta sino al fischio finale, si deve esclusivamente ad una coppia – arbitro e varista – assolutamente non all’altezza. Dal momento in cui il fiorentino Baroni ha “dovuto” fischiare il rigore a favore degli ospiti (e sarebbe stato scandaloso non assegnarlo), la sua gestione è stata protesa esclusivamente a pacificare l’ambiente con qualche… restituzione. Passi l’assurda espulsione di Bani, dettata da una pignola applicazione del regolamento, ma il penalty concesso ai calabresi previo suggerimento del suo collaboratore al Var, Fourneau, ha superato i limiti della decenza.

Genoa, dunque, più forte anche di questi ostacoli supplementari. Una macchina da guerra condotta da un magistrale Strootman (di tre spanne il giocatore più forte della cadetteria) e sorretta dal contributo di altri soldati scelti, tutti o quasi ricchi della necessaria esperienza e di personalità.

Tutto ok, allora? Non proprio. A Cosenza si è ulteriormente capito come qualsiasi avversario intenda fronteggiare la corazzata genoana: non certo in campo aperto, ma chiudendosi a riccio. E qui affiorano regolarmente i soli difetti del collettivo di Blessin, che negli spazi stretti fatica enormemente. Stavolta è cresciuta la tendenza allo scambio breve, all’uno-due, all’azione manovrata, ma in modo ancora insufficiente per parlare di salto di qualità. Nella mezz’ora iniziale, stradominata, prima di quella patente bracciata del cosentino Rigione inevitabilmente punita col tiro dal dischetto, il portiere Matosevic aveva dovuto soltanto disinnescare un cross sbilenco dell’attivissimo Sabelli.

Qualsiasi squadra, opposta a quella muraglia umana, avrebbe fatto fatica, ma il Genoa di più, poiché dispone di un solo dribblomane patentato, Gudmundsson, di un solo crossatore decente (ma non dal fondo) quale il terzino fluidificante Sabelli ma non di arieti patentati, visto che lo stesso Coda è più abile di piede che non di testa e spesso arretra di qualche metro per trarre respiro. Aggiungiamoci che Jagiello (che peraltro ci ha provato dopo il vantaggio, impegnando il numero uno ospite) è un centrocampista più che una punta e, almeno sinora, l’attesissimo Aramu (al pari del suo sostituto Yalcin) non riesce a brillare. Morale? Le bocche da fuoco scarseggiano, specialmente all’interno di un’area che il Genoa occupa con un numero esiguo di uomini: ed è un’altra lacuna da colmare al più presto.

Il dato delle conclusioni e delle palle-gol prodotte nell’intero match è cospicuo, ma la gran parte si lega all’ultima ora, quando il Cosenza, sotto nel risultato, ha dovuto allentare la poderosa cintura protettiva iniziale aprendosi alle ripartenze nemiche. Beninteso, certe difficoltà accomunano tutte le formazioni (anche in serie A, a ben vedere), ma Blessin ha il tassativo dovere di imboccare nuove strade, magari provando con la necessaria convinzione l’impiego di Puskas, bomber strutturato fisicamente, in grado di districarsi nelle tonnare. Certo, servirebbe un cambio di modulo, ma non c’è regola che lo vieti.

Il futuro genoano, comunque, è tinto di rosa intenso. Sabato prossimo a Terni, nella tana della prima della classe (a sorpresa), il Grifone affronterà nuove insidie, ma non tremerà, nonostante l’emergenza nel settore dei centrali difensivi: due ne sono rimasti (Dragusin e Vogliacco) e dovrebbero bastare per sfangarla.

                                        PIERLUIGI GAMBINO

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