Il Genoa in 10 dal 34′ passa 2-1 a Cosenza

Nonostante il palese divario di valori tra le due squadre non si aspettava di venire in Calabria a passeggiare il Genoa; c’era però una certa speranza che il gemellaggio tra le due tifoserie, rispolverato per benino e con entusiasmo da ambedue le genie rossoblù, avrebbe agevolato uno spirito disteso tra le contendenti in campo. E invece nonostante lo splendido sole vanto del Sud che inondava il terreno di gioco, l’arbitro Baroni ha cominciato ad annaspare in un vortice di cattive decisioni, che hanno inasprito gli animi e la partita. Non lo spettacolo ma il divertimento ne ha però beneficiato: nessuno aveva più voglia di lasciar qualcosa agli avversari. Alla fine l’ha spuntata il Grifone, mostrandosi incapace di cambiare nel bene e nel male: la squadra ha una grinta pazzesca, un possente atletismo, e individualità importanti; ma pecca in lucidità e in impostazione. Oltre che in fortuna: ma stavolta nemmeno i capricci della Dea Bendata sono riusciti a tarpargli le ali.

Per lo show propriamente detto, sono state soprattutto le azioni dei più estrosi trasfertisti a destare ammirazione. Ma non hanno potuto comunque nascondere le difficoltà a far scorrere la manovra degli 11 di Blessin. Nell’ultimo match interno col Cagliari però avevano mostrato sensibili miglioramenti in tal senso e perciò il tecnico di Stoccarda conferma quasi in toto il 4-2-3-1 che denotava crescita: davanti a Martinez, ancora la spinta di Sabelli sulla destra alternato a Pajac sulla sinistra, Bani con la fascia al braccio e Dragusin di nuovo titolari, il titolarissimo Frendrup e il sempre meno rimovibile Strootman in mediana, sulla trequarti Guðmundsson, Aramu e la “new entry” Jagiello in ragione di Yalçın, tutti dietro Coda.

Le formazioni “nel nome” di Meroni e Marulla, due Gigi indimenticabili

I locali si dispongono con un 3-4-1-2, in cui spiccano, affianco a Brescianini nel cuore del centrocampo, Giacomo Calò, 25nne di proprietà del Genoa mai approdato alla prima squadra nonostante il bene che se ne dice, il tridente con D’Urso dietro Nasti e Butic, e il 34nne ex Sampdoria “Ruspa” Rispoli. Di lui, poca tecnica e tutto cuore, tra i blucerhiati ci si ricorda una clamorosa galoppata nella finale playoff contro il Varese. Desta curiosità inoltre il terzino del centrodestra: Meroni (Andrea), come il Gigi, indimenticato, funambolico e sfortunato campione dello Zêna e del Torino di cui proprio oggi, 15 ottobre, cadono i 55 anni dalla tragica morte.

Inizio della partita posticipato di qualche minuto per l’imperversare dei fumogeni, una delle tante cattive abitudini italiche; anche se i 700 tifosi del Vecchio Balordo accorsi dalla Superba stretti affianco ai pochi supporters calabresi, a rimpolpare uno stadio vuoto come un guscio cavo, sono una visione che rinfranca lo spirito. Così come il commesso ricordo di Gigi Marulla, bandiera di entrambe le squadre.

Primo tempo concitato con tanti episodi arbitrali

Grifo in bianco con fascia coi colori sociali tagliata alla “River Plate”, la seconda maglia di quest’anno, ma che non da il bianco sin da subito: anzi al 4’ è Butic dal limite con una conclusione a giro troppo centrale, che sembra più pericolosa di quanto realmente non sia, a costringere Martinez al calcio d’angolo.

Nel primo quarto d’ora si registra un lieve ma non effettivo dominio territoriale del Genoa, che palleggia da una parte all’altra senza essere ficcante mentre sembra accusare un certo fastidio allorché i rivali si impossessano della sfera e provano ad aggredire. Il maggior spessore è però inevitabilmente destinato a farsi sentire in un qualche modo: Coda al 10’ addomestica un pallone e calcia dal limite, troppo smorzato e centrale, poi appena qualche minuto dopo su una punizione dalla trequarti immessa dentro l’area calabrese ben due giocatori del Genoa vengono trascinati a terra in modo presumibilmente falloso, l’arbitro però preferisce concentrarsi sulla mano del secondo dei due, Coda, su cui rimbalza il pallone, per cui è fallo in attacco.

Si procede senza apparenti scossoni anche se farà parlare un’ammonizione severa a Bani a 23’, si stringe un po’ troppo all’avversario ma non sembrava sanzionabile di un cartellino.

Cambia tutto dal 29’: stavolta un dubbio giudizio su un tocco di mano è fatale alla squadra di casa e favorevole al capocannoniere delle ultime due Serie B: Guðmundsson, ancora una volta il migliore dell’avanguardia, dribbla sulla sinistra e mette un cross su cui tocca platealmente Regione, anche se da distanza ravvicinata, in corsa e col braccio piuttosto attaccato al corpo, o perlomeno quanto più poteva permetterglielo il suo movimento. Dal dischetto va Coda, che spiazza Matosevic intaccando la parte più interna del palo.

Il match si accende in tutti i sensi e il Genoa va a un passo dal raddoppio: ancora Guðmundsson che s’invola sulla sinistra, attorniato dagli avversari trova un difficile ma delizioso cross in pallonetto su cui si avventura Jagiello, piattone al volo, parata in angolo.

Sembra che una volta tanto sia tutto approntato in discesa per il Vecchio Balordo, ma è noto che quando gioca l’insidia è perennemente dietro l’angolo: appena al 34’ Nasti prova a fuggire via a Bani, i due si spingono vicendevolmente, nella corsa la mano del difensore tocca il viso dell’attaccante che, già sbilanciato, si lascia cadere. Per l’arbitro ci sono gli estremi per ravvisare uno schiaffo e un severissimo secondo giallo, che costringe il Genoa a giocare in 10 e a una partita di sofferenza. Coda prende la fascia al braccio.

Fuori Jagiello, dietro Ilsanker per innalzare un fortino. Lo scopo non è però arroccarsi, ma anche tenere a bada gli avversari senza lasciargli terreno nonostante lo scompenso numerico, e in effetti i ragazzi di Blessin ci riusciranno senza troppi problemi.

Al 37’ l’esaltante raddoppio rossoblù: Coda scatta e mette in mezzo, ribattuto, ci prova Aramu, ribattuto ancora, sopraggiunge Strootman che al volo, grandiosamente, supera Matosevic infilando nell’angolino. Il numero uno cosentino tocca ma non può respingere la potente e coordinatissima conclusione dell’olandese. A disturbargli forse la visuale c’era Guðmundsson in fuori gioco completamente disinteressato dell’azione, dopo un’attenta analisi col Var l’arbitro opta per convalidare la splendida rete.

Sembra che di nuovo la partita si metta in discesa, in fondo il Genoa deve difendere ben due gol e in questo campionato ha dimostrato che è molto difficile segnargli, anche con l’uomo in meno resta più forte e in posizione di salda superiorità. Non è però destino che ci si possa rilassare a lungo sino al 90’.

Prima Martinez desta qualche brividino con una presa bassa in due tempi mostrandosi troppo incerto, poi su un pigro cross dalla destra arrivato proprio all’ultimo minuto di recupero in area genoana Nasti tocca quasi col braccio, molto dubbio, e al limite sul pallone che scorre vanno a contrasto Panico e Sabelli. Azione confusissima. C’è da diatribare e ponderare più che in Parlamento prima di prendere una decisione definitiva. In un primo momento viene fischiato il fallo contro il Cosenza per la pedata che rifila il cosentino al genoano, poi però il Var rileva che è stato Panico a toccare il pallone prima di Sabelli e di mollargli un calcio (involontario e contemporaneamente in parte contraccambiato), quindi si valuta prima l’eventuale mano di Nasti e poi il Gioco Pericoloso di Panico. Trovati entrambi regolari, è irregolare il contrasto di Sabelli. Var. Rissa sedata a fatica tra Strootman e un nugolo di cosentini, poi calcio di rigore. Dal dischetto Butic, gol. 1 a 2. Martinez raccoglie il pallone, il 24nne croato quasi lo spinge per prenderglielo dalle mani colto chissà da quale balzano demone. Meriterebbe il giallo ma l’arbitro ha ormai perso il controllo, a fatica si batte a centrocampo e si va al riposo.

Il Genoa controlla bene nella ripresa

La ripresa nonostante i bellicosi propositi con cui è terminata la frazione che l’ha preceduta scorre senza batticuori: il Genoa molto guardingo e un po’ sornione ha sufficiente palleggio tra i tacchetti per far girare il Cosenza a vuoto, chiude gli spazi con cattiveria agonistica e nel complesso fa tutto il necessario per portare a casa il risultato senza eccesivi patemi. Il Cosenza, che immette pure il veterano Larrivey, dovrebbe aggredire ma paradossalmente non ha sufficienti artigli per sfuggire alla morsa difensiva del Grifone. Giusto al 66’ l’inesauribile Nasti con uno spiraglio manda a lato di molto, dando però la sensazione che se avesse calciato un pochettino meglio avrebbe potuto bucare la porta.

Al 67’ entrano Yalçın per un grigio Aramu e Yeboah per Coda. Nuovo cambio di fascia: ora al braccio di Guðmundsson.

AL 73’ Pajac, disturbato dall’arbitro che per certi versi gli fa una sorta di velo, raccogliendo un corner battuto apposta per lui sparacchia alto, poi la fascia “maledetta” al 77’ passa al braccio di Strootman, con Vogliacco che subentra a Ilsanker che già aveva preso il posto di Jagiello -scelta tecnica o dovuta a un acciacco? – e il redivivo Tourè, che molti forse credevano ancora esiliato in Turchia, al posto dell’Islandese.

Si torna a sussultare: Yeboah non riesce a concretizzare un paio di contropiedi in dribbling, Matosevic respinge un tiro di Yalçın, ma soprattutto al 82’ sui prosiegui di una punizione calciata male da Pajac piove un cross per Vogliacco; colpo di testa indirizzato alla porta, ma Matosevic è eccellente a rispondere sul tiro e poi anche sulla ribattuta del terzino.

Al 95’, proprio all’ultimissimo, sembra si stia cucinando una beffa per il Vecchio Grifo, perché proprio quando sembra portata a casa c’è un altro contrasto dubbio in area di rigore. La presunta vittima, Merola, però è in fuorigioco. Segue triplice fischio.

Forse la Serie B è complicata, o forse è il Genoa a renderla tale. Comunque sembra aver preso le misure alla categoria, adatte alla difficile missione dell’”Only One Year”. Non ci saranno passeggiate nemmeno sui terreni “amici”, e quello era scontato, ma alla fine è la difficoltà di una scalata a rendere gloriosa una vetta. Il Genoa sembra sempre sul passo di raggiungerla senza mai riuscirci, ma continuando a crescere forse si riuscirà a colmare così quel poco che resta.

Federico Burlando

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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