A Verona è tornata la Sampdoria dei black out

La Samp è una continua sfida alla logica, al raziocinio, alla prevedibilità. Se a Marassi, specialmente contro gli squadroni, ha una sua precisa ed efficace linea di condotta, in trasferta perde ogni contatto con la realtà e diventa un’entità incomprensibile. I quattro schiaffoni rimediati a Salerno rappresentavano un campanello d’allarme ed una lezione severissima, dalla quale si sperava che la truppa di Giampaolo traesse tesoro. Al Bentegodi invece i blucerchiati ci sono ricaduti con un comportamento inverosimile, che sfugge a qualsiasi discorso legato a tecnica e tattica.

Se in Campania la Samp non era praticamente entrata in campo, a Verona ha invece fatto registrare un approccio incoraggiante al match, tanto da dominare letteralmente un avversario apparso inconsistente per 40 minuti. Raramente i blucerchiati erano stati, negli ultimi anni, così dominatori lontano dal Ferraris. Pareva l’inizio di una nuova era, oltreché la conferma, a pro degli ottimisti, che almeno contando i primi dodici-tredici giocatori quest’organico non ha nulla da spartire con le formazioni più scarse della serie A.

Chiunque, dopo lo splendido gol di un ritrovato Caputo, avrebbe pronosticato una Samp dilagante, in grado non solo di controllare il match ma di chiuderlo presto con il raddoppio. Invece, come se un perfido elettricista avesse girato l’interruttore nel cervello dei doriani, è improvvisamente calato il buio. Non un semplice calo, ma un crollo di attenzione generale, e se il pareggio scaligero – cross pennellato e testata a colpo sicuro di Henry, con involontaria alleanza della schiena di Audero – ci poteva, al limite stare, l’azione del raddoppio ha oltrepassato i confini dell’assurdo. Come può un team del massimo campionato lasciarsi buggerare in quel modo su normalissimo fallo laterale, aprendo a centro area una voragine? I due difensori centrali e Vieira sono stati i primi colpevoli, ma tutto l’undici ha partecipato a quello scempio, avvenuto ad una manciata di secondi dal riposo.

Con mezza gara a disposizione, tutto poteva succedere: anche un nuovo ribaltamento del risultato. Invece i blucerchiati sono rimasti… nello spogliatoio, come se quei due gol a breve giro di posta li avessero colpiti d’incontro e irrimediabilmente spediti al tappeto. Se escludiamo un paio di pallide iniziative targate Caputo e Gabbiadini (gli unici due che almeno ci hanno provato…), si è trattato di un monologo dei gialloblù, disinvolti nell’affondare in praterie sterminate, senza un minimo di opposizione. Difesa imbambolata, centrocampo inesistente e punte… così così: l’unica risposta doriana, se coì vogliamo chiamarla, è stata una serie di possenti calcioni indirizzati al cielo, a superare la linea mediana per attivare attaccanti neppur troppo strutturati.

Solo i miracoli a ripetizione di Audero hanno mantenuto il punteggio finale su termini accettabili, e chissà che una seconda batosta consecutiva non sarebbe stata più utile per scuotere l’ambiente. Stavolta, se eccettuiamo il bomber e il portiere, vanno tutti bocciati in blocco: gli altri nove titolari e pure i subentranti (fatto salvo, almeno in parte, Gabbiadini).

Dove sono finiti Bereszynski (umiliato da un giovane scozzese che correva il triplo di lui), Colley, Ferrari (entrambi impalati sulle incursioni scaligere),Vieira, persino Rincon (comunque tra i meno peggio?). E cosa sta succedendo a Sabiri, controfigura sbiadita del talentuoso rifinitore di qualche mese fa? Giampaolo probabilmente lo frastorna cambiandogli ruolo ad ogni piè sospinto, ma il ragazzo ci mette del suo.

Fortunatamente, in fondo alla classifica resta un stuolo di avversarie dirette immerse in simili problemi, ma il dato non tranquillizza completamente. Questa è una Samp senz’anima, fragilissima di carattere, capace di fermare le “big” con pieno merito e subito appresso di sparire dal terreno di gioco. Basta la minima avversità per frantumare fiducia e serenità, pertanto si tratta principalmente di un problema psicologico, che chiama in causa un tecnico di livello come insegnante di calcio e come tattico ma ahinoi povero di ascendente nei confronti degli atleti e incapace di infondere la necessaria carica. Inevitabile che pure lui, sempre rispettato a livello personale ma mai amatissimo dal popolo doriano, finisca nel mirino. E giustissimo che la società, sollecita nell’accontentarlo in sede di mercato pur nei confini delle ridotte potenzialità economiche, gli chieda conto di certi tracolli assolutamente inopinati.

                      PIERLUIGI GAMBINO

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