La Samp con la Lazio si è confermata incompiuta

La Samp è questa, nel bene e nel male. Rispetto ad un mese fa appare più compatta e ordinata, ma i difetti caratteriali ogni tanto emergono e rappresentano un freno. Se i blucerchiati trovano il vantaggio (vedi il derby), spesso conducono in porto il successo, ma se beccano gol per primi, raramente rimontano. Due sono le carenze al proposito: attaccanti poco fisici e scarsamente prolifici e, soprattutto, una generale, endemica carenza di carattere e di rabbia agonistica.

Ha ragione Giampaolo, a commento del rovescio di Roma, a definire la prestazione dei suoi migliore di tante altre, ma non ci si può fermare alla mera obbedienza ai dettami tattici. Per quaranta minuti, la disposizione è parsa perfetta, rovinata però da quella rete assurda, inconcepibile per una squadra non ancora approdata alla salvezza. Colley e Ferrari sono i principali colpevoli, ma tutta la squadra ha circondato il laziale Patric senza impedirgli un’agevole inzuccata.

Da quel momento è calato il buio sulle speranze, ma era prevedibile che, nella necessità di rimontare, la Samp si smarrisse e pagasse a caro prezzo il contemporaneo forfait di Ekdal e Sensi. Una squadra acefala, imbottita di operai specializzati ma non di ingegneri o di capi reparto. E contro una formazione maestra nel palleggio a scopo difensivo e temibile negli spazi, il destino era deciso ben prima del 2-0.

Un passo falso all’Olimpico era nell’aria, data la forza dell’avversario, ma dopo il trionfo nella stracittadina si immaginava una Samp più convinta e famelica. Stavolta nulla si può imputare a Giampaolo, che aveva gli uomini contati a centrocampo e da mesi non dispone di alternative offensive potabili. Ha provato, nel corso della ripresa, qualche soluzione, ma il palo timbrato da Quagliarella verso il 90′ è stato la summa dell’impotenza doriana: non è stato un colpo di jella ma un facilissimo gol sbagliato.

Insomma, il compitino c’è stato, per il sollievo di un tecnico che bada parecchio alla disciplina tattica, ma qualche svolazzo – individuale e collettivo – è costato due reti al passivo e la fine dei sogni. Hanno tradito i difensori – specialmente sul primo episodio fatale – ma una compagine rispettabile avrebbe dovuto e potuto reagire con altro slancio e altra pericolosità. Sabiri non si è ripetuto su alti livelli, Candreva non si sta ritrovando nonostante il ritorno al ruolo prediletto e Caputo ha scontato una solitudine tutt’altro che beata e anche certi suoi limiti. Lui è un rapace, che costruisce il proprio bottino sfruttando le distrazioni dei rivali: non è un caso che di fronte a team organizzati ed attenti anche nei disimpegni la sua presenza risulti spesso inapprezzabile.

Nulla è perduto, intendiamoci. L’aritmetica non emette ancora sentenze inappellabili, ma concede ai blucerchiati ampio respiro. Un punto con la Fiorentina, tutt’altro che proibitivo, consentirebbe di abbassare la saracinesca su un campionato più sofferto del previsto, ma il pari in extremis strappato da Cagliari a Salerno ha sconvolto almeno in parte i piani blucerchiati. Comunque, il popolo doriano è convocato per l’ultimo esame finestra: che salvezza sia!

                  PIERLUIGI GAMBINO

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