Il rigore di Criscito è il simbolo e degno epilogo di una stagione sbagliata

Tempistica e modo offendono ben più della retrocessione in sé stessa, evento ampiamente previsto sin dallo scorso agosto. La B non è un disonore, ma certificarla proprio nel derby, con lo smacco di un rigore fallito nel recupero è uno scherzo del destino davvero insopportabile anche da chi era lungamente preparato al peggio.

Il calcio sbilenco di Mimmo Criscito è la fine di una lunga era, quella targata Preziosi, contrassegnata da mille contraddizioni. Ci saranno tempo ed occasioni per sviluppare discorsi futuristici, ma per restare all’attualità si può aggiungere che l’ultima stracittadina è stata la summa” di un’annata iniziata male e finita peggio. In 90 minuti, ecco squadernati come in una fiera o in mercato tutti i rarissimi pregi e gli innumerevoli difetti di una squadra sbagliata inizialmente e malamente corretta in corso d’opera dai nuovi proprietari.

Nell’appuntamento più sentito dell’annata ha pure fatto difetto quella “garra” che aveva tenuto in piedi la baracca nel primo periodo blessiniano. Si è subito capito che mancavano la forza e la convinzione necessarie per scardinare la difesa blucerchiata, organizzata ed attenta finché si vuole, ma non titanica. A conferma che dopo il rovescio di Verona erano svanite quelle certezze che avevano corroborato la speranza.

Se nell’arco di una partita da vincere ad ogni costo, con forti implicazioni anche di carattere ambientale, il portiere avversario deve solo respingere un tiro dalla distanza e bloccare in uscita bassa un pallone vagante, significa che la fase offensiva è prossima allo zero. Anche il penalty targato illusione è scaturito da circostanze casuali e non da un’azione irresistibile e incisiva.

L’attacco più misero della categoria

D’altronde, una volta accertata la consueta eclissi del capocannoniere Mattia Destro – spettatore non pagante della contesa – di quali alternative disponeva il malcapitato Blessin? Lo strombazzato Yeboah non è mai andato a bersaglio in maglia rossonlù, Ekuban ha segnato un gol al pari di Portanova, mentre Melegoni e Gundmundsson non hanno mai prodotto insidie per gli antagonisti, Piccoli si è subito rivelato un rinforzo mancato e il promettente (ad inizio stagione) Kallon marcisce da mesi tra infermeria e Primavera. Armi spuntate e innocue nell’arsenale più misero della categoria.

L’entusiasmo acceso dal tedesco al suo approdo e dopo le prime prestazioni si è via via smorzato. Il mago di Germania è stato derubricato a specialista del football a matrice difensiva, ma con carenze indubbie nella fase di costruzione e concretizzazione. Eppure, è il meno colpevole della congrega, e la sua insistenza sui lanci lunghi a saltare il centrocampo, diretti ad attaccanti carenti nel gioco aereo, è anche derivato dalla qualità modestissima dei centrocampisti, incapaci di impostare palla a terra come la serie A richiederebbe.

La fase offensiva del Grifo è peggiore anche di quella del Venezia e, forse, di parecchie compagini dell’attuale cadetteria. E di fronte a questo handicap, approdare alla salvezza era proibitivo, un semplice sogno rimasto vivo sino al quart’ultimo turno solo grazie alla pochezza di un mazzetto di rivali che stanno ancora giocando al ciapanò più che al calcio. Cinque anni fa, quando il livello generale era assai più alto, il Genoa attuale sarebbe ufficialmente retrocesso con mesi di anticipo.

Suddivisione delle responsabilità: Preziosi massimo colpevole

Di chi le colpe? Indubbio che i 777 Partners siano mancati alle attese create dall’iniziale, prorompente campagna di auto-promozione. Le loro mosse sul mercato di gennaio hanno creato sconcerto e alimentato un unico interrogativo: avevano già capito che la situazione era irrimediabile o si erano semplicemente illusi che bastasse un’iniezione di freschezza e di gioventù dall’estero per trasformare il volto di un organico disastroso?

Le loro responsabilità, comunque, non superano il 30 per cento. La rimanente fetta, ben più rilevante, va addebitata alla fallimentare gestione di Enrico Preziosi, al cui confronto, negli ultimi cinque anni (così diversi, in peggio, dal precedente decennio), il dirimpettaio cittadino Massimo Ferrero (vituperato giustamente dal popolo doriano) appare un presidente alla Santiago Bernabeu.

Come successo in altre piazze calcistiche, il Joker ha abbandonato la nave prima del naufragio senza metterci la faccia, lasciando alle proprie spalle un profondo dissesto tecnico e soprattutto economico. Eppure, c’è chi nell’ambito della tifoseria genoana lo rimpiange e resta persuaso che con lui a timone, anche stavolta, il purgatorio cadetto sarebbe stato scongiurato.

                          PIERLUIGI GAMBINO

 

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