Esaurita la fiammata Blessin, bocche di fuoco spente, solo una tenue speranza resta accesa

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Stavano per partire, in ampio anticipo, i titoli di coda sulla storia quasi ventennale del Genoa in serie A. Improvvisamente, stop: la sconfitta inopinata dei cugini doriani, peraltro distantissimi in classifica ma in caduta libera, è il nuovo appiglio cui legare le diafane speranze di salvezza, frustrate dallo scontatissimo successo casalingo del Cagliari sul Sassuolo.

Solo un pazzo, sia chiaro, può illudersi nella rimonta del Grifone, ma l’eventuale successo sui sardi – abbinato al ko dei blucerchiati a Verona – nel prossimo turno insaporirebbe parecchio l’imminente derby, trasformandolo in drammatico scontro salvezza.

Restano questo pallido calcolo delle probabilità e il conforto dell’aritmetica a salvare la banda di Blessin dal prematuro addio all’Olimpo. Sì perché, se ci allontaniamo dai freddi numeri, notiamo che i rossoblù sono reduci da tre batoste di fila ed hanno perso la baldanza espressa sino ad un mesetto fa. Le antiche sicurezze sono svanite e, soprattutto, non esiste risposta alcuna al quesito esistenziale che riguarda la prolificità offensiva.

A San Siro Badelj e compagni si sono comportati più dignitosamente rispetto alle gare contro gli scaligeri e la Lazio, pagando caro l’unico momento di difficoltà, quel quarto d’ora iniziale in cui i rossoneri sono passati a condurre grazie a Leao. Gran bel gol ma quel cross così agevole e pulito da destra di Kalulu non sarebbe dovuto partire e il portoghese, appostato sul secondo palo, poteva essere controllato con più attenzione.

Scusate se ci ripetiamo, ma ci sta di subire una rete da una “grande”. Non ci può stare, invece, che trascorrano partite intere senza che il portiere avversario si sporchi i guanti. Il diavolo era in giornata dispari e ha presentato una difesa rimaneggiata: c’erano i presupposti per impegnare a fondo il monumentale Maignan, che solo nel recupero, sullo 0-2, ha dovuto superarsi per svellare dall’angolo un’imperiosa zuccata di Hernani,

Blessin ha sicuramente sbagliato l’assetto iniziale: un inedito modulo ad albero di Natale che lasciava sguarniti i corridoi esterni. Nella ripresa, ha pure fallito in pieno qualche sostituzione, finendo per indebolire vieppiù un reparto avanzato già impalpabile. Insomma, anche lui ha contribuito al passo falso peraltro previsto, ma non si può sostenere che nelle ultime partite le abbia provate tutte, o quasi, per accrescere il tasso di pericolosità offensiva. Gli manca però l’ultimo esperimento, quello caldeggiato più frequentemente: l’impiego di due punte fisse, Destro ed un partner a scelta. Il mister, però, da quest’orecchio non ci sente rafforzando l’opinione comune che sia un illuminato stratega della fase difensiva e non lasci, però, impronta alcuna, nell’impostazione.

Altri nodi, però, sono venuti da tempo al pettine. Le punte del Genoa sono tutte modestissime, ma anche i centrocampisti peccano di scarsa qualità: non uno che produca un passaggio illuminante (neppure lo strombazzato Amiri), che cambi ritmo alla manovra, che garantisca una fluida gestione della palla. Troppi i passaggi – anche i più semplici – sbagliati, e non solo in zona gol.

A San Siro mancava Sturaro, che infonde carisma e personalità, ma pure lui è più un combattente che un fine dicitore, che col passare del tempo e il crescere degli acciacchi ha pure smarrito le antiche doti di incursore. Il tempo trascorre senza l’agognata svolta, a conferma che il male è inguaribile. D’altronde, con qualche altro 0-0 si finisce sparati in B, e magari neppure al terz’ultimo posto.

PIERLUIGI GAMBINO

 

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