Poche belle differenze tra Giampaolo e D’Aversa per la Samp ’21-22, ma la salvezza è vicina

La dimensione della Samp è ormai chiaramente definita e si riflette nel suo andamento stagionale. Neppure la cura Giampaolo, da certuni definita miracolistica, ha cambiato le carte in tavola: tanto che una bella percentuale di tifoseria inizia a chiedersi se fosse davvero il caso di cacciare con ignominia mister D’Aversa per tuffarsi in braccio ad un oltranzista come l’abruzzese.

Chiunque la guidi, la squadra blucerchiata – salvo rare eccezioni in entrambi i sensi – batte regolarmente le formazioni più deboli e le busca da chi è più accreditato. Contro un Venezia in disarmo, la congrega ferreriana pareva di tutt’altra pasta fatta, ma appena il livello dell’antagonista è salito, ecco riemergere le incolmate lacune di sempre.

La Roma è più forte, e non serviva lo scontro diretto per acclararlo. Ebbene, la Samp ha territorialmente dominato la ripresa ed è rimasta in partita sino alla fine, ma senza mai offrire l’impressione di rimontare quel gol che qualche suo giocatore, e probabilmente le scelte tattiche di Giampaolo, aveva favorito. Così è scaturita una prestazione diligente ma piatta, accettabile complessivamente ma piuttosto molle e assolutamente priva della necessaria incisività. Purtroppo i pedatori doriani sono in buona parte gli stessi di due anni fa, quando con Ranieri si assisteva ugualmente a recite povere di nerbo, come se la classifica non dovesse indurre ad un cambio di atteggiamento.

La Samp è questa, con mister Marco lievemente migliorata nel palleggio ma anche peggiorata nel rendimento di qualche singolo, che si è smarrito per strada. Il riferimento è a Candreva, che come mezzala si trova a malpartito, ma anche a Thorsby, sempre meno riconoscibile. E lo stesso Sensi, dipinto da tutti noi come un rifinitore coi fiocchi, sta patendo più del dovuto una certa carenza di fisicità ma anche l’utilizzo troppo avanzato rispetto a quello naturale di playmaker.

Di sicuro la Samp giampaoliana è molto meno forte sulle fasce, ma soprattutto a destra, dove Bereszynski sta accusando qualche battuta a vuoto anche perché lasciato solo da Candreva, troppo accentrato. Sarebbe d’uopo un altro rimescolamento tattico, ma al rifinitore Giamapolo non rinuncerebbe neppure sotto tortura.

A queste contingenze si deve poi aggiungere la congenita difficoltà a buttarla nel sacco. La quaterna inflitta al Sassuolo rappresenta un episodio forse irripetibile e i due gol rifilati al Venezia – non dimentichiamolo – sono stati altrettanti cadeaux di un avversario pasticcione ndi disimpegni. La verità è che Caputo è un rapinatore d’aria ma non un fromboliere, Quagliarella un campione al tramonto e (complice il grave infortunio a Gabbiadini) le sole alternative nel ruolo – Giovinco e Supryaga – continuano ad essere impresentabili. Nel girone di andata, con D’Aversa, la baracca doriana era stata retta da Candreva, che ora si è perso.

Il quadro non è esaltante, ma la caratura complessiva dovrebbe comunque garantire la salvezza con patemi pressoché nulli. Dopo tutto, basterà piegare a Marassi l’arrendevole Salernitana (impresa assolutamente alla portata) e arraffare qua e là altri due punticini per toccare il porto agognato. E pazienza se la preziosa conquista stagionale sarà acquisita anche per il crollo di qualche concorrente: conta il risultato, non il modo in cui è maturato.

Dunque, antenne dritte ma nessun allarme. La regolarità della squadra è la primaria garanzia di successo e non sempre la rivale di turno si chiama Roma. Certo, quella Sud tornata a diffondere sampdorianità, quei cori, quei colori, quell’entusiasmo avrebbero meritato una squadra più tonica e convinta, a prescindere dal verdetto finale. Pazienza. Non mancheranno le occasioni per ringraziare tifosi così ammirevoli con i fatti e non solo a parole.

PIERLUIGI GAMBINO

 

 

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