Venezia crocevia, può decidersi la stagione della Samp

Giunta a Venezia in treno, la Sampdoria ha il tassativo dovere di non deragliare dai binari di una classifica nient’affatto tranquillizzante ma ancora accettabile. Marco Giampaolo ha evidenziato, in conferenza stampa, le ridotte dimensioni del terreno lagunare e la stranezza di un trasferimento finale in battello all’isola di Sant’Elena, ma si tratta di previe giustificazioni che non convincono.

Il mister è conscio che un lunch match così drammatico si gioca anche sul filo della psicologia, e sotto quest’aspetto i suoi ragazzi non sempre hanno offerto risposte soddisfacenti: specialmente lontano dal fortino amico di Marassi.

Mai come stavolta il risultato ha una valenza doppia. In caso di successo, non sarebbe ancora il tempo di tappare lo spumante, ma si potrebbe almeno sistemare in frigo la bottiglia; se arrivasse il pareggio (tutto sommato il verdetto più probabile) rimarrebbe un vantaggio esiguo sinché si vuole ma pur sempre tangibile: l’ipotesi peggiore invece farebbe precipitare nello scoramento un ambiente per nulla preparato a combattere aspramente per certi obiettivi minimali.

Gara delicatissima, ispida, quella del Penzo, con una Samp attesa a fornire parecchie risposte riguardo alla sua reale consistenza. Se decidessero la carriera, l’esperienza ed anche il tasso di qualità assoluta, non ci sarebbe partita: blucerchiati nettamente superiori. Ma l’età avanzata di molti doriani determina usura, e le idee tattiche di mister Giampaolo non paiono sposarsi perfettamente con le caratteristiche di alcuni individui, Candreva su tutti.

Tuttavia, se questa sfida fosse stata schedulata due mesetti fa, i pericoli sarebbero stati maggiori. Il Venezia visto all’opera nelle ultime settimane è infatti una vaporiera sbuffante, ricca di limiti che erano stati lungamente celati grazie ad un atletismo e ad un mutuo soccorso commoventi. Alla lunga, quando la stanchezza ha iniziato a farsi sentire, ecco che i ragazzi di mister Zanetti sono tornati ad essere squadra da retrocessione o, ben che vada, da salvezza soffertissima.

Vero che gli spalti dello stadietto di Sant’Elena sono prossimi al terreno di gioco, ma la componente ambientale non può preoccupare e c’è il rischio che i quasi mille supporters blucerchiati risultino più rumorosi ed incidenti della tifoseria arancioneroverde, non certo cospicua.

Il Venezia può sguainare armi abbastanza spuntate, ma sarebbe controproducente trascurare le due punte Henry e Okereke (uno più tecnico, l’altro più veloce e abile in contropiede) e la compattezza di un undici privo di primedonne ma predisposto al sacrificio e allo sforzo dinamico ed atletico: tutte caratteristiche che la Samp potrebbe patire.

Giampaolo, consapevole che la tifoseria non è più compatta nel sostenere le sue scelte, è giunto in Veneto con un mazzo di incertezze niente male. A partire da quella in terza linea relativa a Colley, che resta dolorante: vale la pena rischiarlo? Di sicuro il gambiano, pur colpevole contro la Juve, è difficilmente surrogabile sia da Ferrari (che è un destro naturale) sia da Magnani (lui sì mancino, ma di discutibile affidabilità). Meno dubbi si nutrono in merito al ritorno a sinistra di Murru, senz’altro il preferito del trainer.

A livello di modulo, il ballottaggio è tra il 4-4-1-1 e il 4-3-2-1, che contemplano entrambi l’impiego in avanti del solo Caputo, con Quagliarella nuovamente dirottato in panca e pronto comunque per un cambio tattico emergenziale. L’albero di Natale appare la soluzione favorita, con Sabiri-Sensi doppio rifinitore e, alle loro spalle, il trio Candreva-Rincon-Thorsby. Il marocchino si è guadagnato un posto al sole e stavolta dovrebbe ottenerlo: è il solo blucerchiato in grado di portare un briciolo di freschezza in una squadra stanca e prevedibile. Sensi, appena inserito da Mancini nel definitivo listone azzurro, potrebbe anche trovare spazio a centrocampo, con funzione di regìa, perdurando la crisi – più fisica che mentale – di Ekdal.

Un fatto è certo: servirà una Samp protesa alla corsa ma anche coraggiosa il giusto e pungente, con verticalizzazioni più frequenti invece che una teoria infinita di sterili passaggetti a 70 metri dalla porta avversaria. Concretezza prima di tutto: con il possesso palla fine a sé stesso, non si va lontano.

PIERLUIGI GAMBINO

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