A Bergamo il miglior Genoa di Blessin, il Genoa può crescere e credere ancora nonostante la classifica

Una grande squadra… a metà: da prime dieci posizioni a livello difensivo, da retrocessione secca dalla cintola in su. La gara di Bergamo ha sortito lusinghiere annotazioni per il Genoa ma non l’agognata vittoria, ormai un incubo che non si riesce a scacciare. Si dirà: il campo di Bergamo non era certo il più adatto per dare un senso al finale di stagione, ma tutte le avversarie dirette, prima o poi, un colpaccio a spese di una “big” l’hanno firmato. Il Grifone no: stavolta interpreta perfettamente il match, costruisce un numero accettabile di opportunità offensive, strappa applausi e consensi ma non riesce a spezzare il tabù del gol. Con i pareggi, anche prestigiosi, non si risale la corrente ma, al massimo, si avvicina appena qualche avversaria che appare sempre un puntino all’orizzonte.

La classifica è tale che i pari strappati a Inter e Atalanta suonano come sconfitte secche, ma l’aritmetica non è ancora impietosa e concede ulteriori chances di sopravvivenza, anche se il respiro si fa sempre più affannoso. Peccato davvero, perché i rossoblù hanno evidenziato progressi sensibili sotto ogni aspetto, combattendo ad armi pari contro una “big”, che avrebbe potuto imporsi ma anche restare all’asciutto. Il Genoa spavaldo di Bergamo ha lanciato però più di un messaggio incoraggiante, offrendo la miglior prestazione dell’era Blessin, visto che per la prima volta all’ardore agonistico e all’intensità ha unito una qualità di gioco mai vista in questa disgraziatissima annata. Un passo avanti ragguardevole che ha una radice ben precisa: l’impiego di calciatori che finora avevano frequentato prevalentemente panchina, tribuna ed infermeria. Ci riferiamo ad Amiri, che per un’ora ha sciorinato un football di qualità, ma anche Galdames, eccellente gregario di Badelj in mediana e, soprattutto, quel Frendrup che, schierato nella posizione per lui innaturale di terzino destro causa il forfait di Hefti, è stato una rivelazione assoluta sia nel recupero palloni sia negli inserimenti in avanti. E se lo svizzero ha tutti i diritti di tornare, appena possibile, fra i titolari, Sturaro e Rovella, dopo una gara in castigo per somma di cartellini gialli, rischiano di finire stabilmente tra le riserve. Di sicuro, dopo un mese e mezzo caratterizzato esclusivamente da lanci lunghi e alti a bypassare il centrocampo, il Genoa ha proposto un fraseggio palla a terra, quello che qualsiasi team di serie A dovrebbe essere in grado di produrre.

Certo, la metamorfosi non è stata sufficiente a cambiare il verdetto, e se un appunto si deve muovere ad un Blessin per il resto perfetto, questo inerisce al tardivo ingresso di Destro. Beninteso, anche lui ha fallito un’opportunità che si era abilmente creato, ma era e resta il solo potenziale goleador di una squadra costituzionalmente spuntata. Yeboah, impiegato per oltre un’ora come unico attaccante, è una seconda punta perdippiù senza confidenza con il gol, e il suo fisico minuto, per statura e peso, è stato un handicap eccessivo di fronte ai guardiani strutturati dell’Atalanta.

È un vero peccato che questo Genoa, capace di operare un pressing asfissiante e recuperare palla in ogni zona del campo, si spenga appena giunge nei pressi dell’area avversaria e – in spregio alla legge dei grandi numeri – non la butti dentro neppure quando l’occasione è nitida e invitante. Un male endemico che nessuno ormai s’illude di veder debellato prima della prossima stagione. Eppure, non tutto è perduto ed è doveroso crederci finché i numeri lo consentono.

                                    PIERLUIGI GAMBINO

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