Genoa-Inter comprova il mezzo miracolo di Blessing, ma manca ancora il gol

Il Genoa attuale sarebbe la squadra ideale per il calcio d’antan quello che assegnava solo due punti alla formazione vittoriosa. In quel tempo, il pareggio era considerato un risultato graditissimo, sufficiente per mantenersi in orbita salvezza. Non serviva imporsi frequentemente: bastava raggranellare un punticino a gara.

Blessing st facendo miracoli, ma ha ammesso che i suoi ragazzi – indomiti contro l’Inter e meritevolissimi di dividere la posta – difettano di killer istinct. Di sicuro il gegenpressing impone un dispendio di energie senza pari e cagiona un calo progressivo di lucidità, ma i rossoblù nei primi minuti, quando erano ancora freschi, hanno sciupato almeno un paio di opportunità ghiotte rafforzando la tesi del loro allenatore.

Vero altresì che la partita contro i campioni d’Italia non consentiva voli pindarici e, nonostante la pessima situazione di classifica, qualsiasi tifoso rossoblù avrebbe firmato… con i gomiti alla vigilia la conquista di un punto. Un premio strameritato per una squadra che ha ormai assimilato in maniera profonda la mentalità e le direttive tattiche del tecnico tedesco, convinto talmente della bontà delle sue teorie da non inquinarle con atteggiamenti prudenziali legati al blasone dell’avversario.

Il pressing alto è un’arma di difesa prima ancora che di offesa: sporca alla base i tentativi di costruzione dei rivali e li obbliga a forzare soluzioni improbe e a tentare il lancio lungo, quasi sempre preda della retroguardia rivale. In poche parole, ne condiziona il rendimento. In sovrappiù consente di recuperare spesso palla ad una distanza accettabile dalla porta, con possibilità di incidere con uno o due passaggi secchi.

L’atteggiamento ha successo solo se il collettivo funziona e non presenta crepe. Non è un caso che Blessing abbia impiegato inizialmente i giocatori maggiormente disposti al sacrificio e alla corsa. In quest’ottica si interpreta l’esclusione di Mattia Destro, che sarà anche il bomber principe del Genoa ma non appare propenso a sfiancarsi nel gioco senza palla e nell’aggressione. Tutti i calciatori schierati inizialmente hanno risposto a queste attese: anche chi come Portanova, Sturaro e lo stesso Badelj erano stati bersagliati da critiche assortite. Stupore ha destato la prova di Melegoni, da sempre accreditato di scarsa determinazione e concretezza: gli è mancato solo il gol.

Sulla resa della retroguardia, invece, esistevano dubbi ridotti già alla vigilia, ma la prestazione monumentale di Ostigard – baluardo insuperabile – e quella vigorosa dello scattante Vasquez hanno superato le attese. Una conferma di robustezza beneaugurante per un futuro meno prossimo, con una sola ombra all’orizzonte: gli infortuni, Infatti, ai lungodegenti Bani e Vanheusden si sono aggiunti Maksimovic (all’ennesima ricaduta muscolare) e Cambiaso (oscar della jella): per le prossime gare Blessin avrà i difensori contati.

Le preoccupazioni maggiori però riguardano la fase realizzativa. Yeboah, Gudmundsson, lo stesso Portanova rispondono alle esigenze del nuovo trainer ma non riescono mai ad imprimere la zampata decisiva sul match. Forse, con un Ekuban in campo e non ospite dell’infermeria, la porta di Handanovic avrebbe tremato, ma l’analisi di reparto prescinde da valutazioni singole: mancano fiuto del gol e anche qualità fisiche, indispensabili nel football odierno per reggere ai contrasti di marcatori ricchi di muscoli e favoriti dalle recenti interpretazioni arbitrali. Per vincere bisogna buttarla dentro, e anche tra i centrocampisti si nota un buio pressoché totale sotto quest’aspetto. Prima o poi succederà, sperando che non sia troppo tardi.

PIERLUIGI GAMBINO

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