Ancora un pareggio nello spareggio salvezza, Venezia-Genoa 1-1

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Il Lingchi è la tortura cinese traducibile come “processo lento” o “morte dai mille tagli”, per cui per protrarre il tormento della vittima il più a lungo possibile, gli viene tagliato solo un pezzo del corpo alla volta.  Sino a differirne il decesso, si dice, di qualche mese. Questo o un lentissimo processo di avvelenamento: come spiegare meglio la stagione del Genoa? Mai una netta chiusura verso la speranza di salvarsi, ma un rintuzzarla di settimana in settimana. Se il Girone d’Andata sotto l’egida di Preziosi, il primo artefice dell’attuale gravissima situazione, fosse stato un irrecuperabile disastro, perlomeno ci si sarebbe liberati del male della speranza. Invece la trasferta a Venezia in barba a Thomas Mann e Luchino Visconti che la vorrebbero il luogo ideale per morire è l’ennesimo sospiro di vita di un Grifone che se da un lato rifiuta di chinare la testa e darsi vinto, dall’altro non riesce proprio a sollevarsi dal fondo della classifica e dare un minimo di adito alle mezze speranze.

Blessin si conferma coerente e presenta una formazione molto simile alle tre schierate sino ad adesso, ma stavolta spicca qualche modifica: non più 4-2-3-1 puro, con Portanova trequartista, ma 4-3-3, con Rovella che va ad aggiungersi a Sturaro e Badelj in mediana, mentre Guðmundsson prende il posto di Yeboah sulla fascia sinistra nel tridente, completato da Ekuban dall’altro lato e Destro centravanti. Davanti a Sirigu Cambiaso a sinistra ed Hefti a destra, Vàsquez e Maksimovic al cuore della retroguardia.

Zanetti invece modifica il suo Venezia sino a imbastire una difesa a 3, comandata da Caldara e dallo spezzino Cecconi, a specchio con l’eterogeneo tridente offensivo costituito da Nani-Henry-Aramu, in mezzo Aramu e Cuisance, ai loro lati Haps e Crnigoj.

I primi minuti sono di schermaglia, con i padroni di casa che però allargandosi con la difesa a elastico sembrano imbottigliare il Grifone in una manovra senza sbocchi, per cui i ragazzi di Blessin, in difesa bianco trasferta, faticano a uscire dalla propria metà campo.

Nonostante ciò la prima occasione è degli ospiti: Cambiaso dal limite raccoglie per benino una respinta avversaria e di potenza e precisione cerca l’angolino alto della porta difesa da Romero, mandando a lato di un soffio.

All’ 11’ la partita, ovviamente già delicata per le sorti delle rispettive classifiche, rischia di innervosirsi per un fortuito intervento in scivolata di Aramu su Maksimovic in corsa in area ligure, i lagunari arrivano a chiedere il rigore invertendo le responsabilità dello scontro.

Un minuto dopo il serbo pressato va in difficoltà e lascia un difficile retropassaggio da gestire a Sirigu, che scivola con imbarazzo in calcio d’angolo. Sembra un errore goffo, si rivela un peccato capitale: dalla bandierina infatti al 13’ Aramu batte per la spizzicata di Ceccaroni per Henry, che sguscia via a tutti e schiaccia da due passi. Da segnalare il bel gesto del bomber belga che una volta terminato di esultare sfila qualche secondo con la maglia del compagno Lezzerini tra le mani, andato incorso a un brutto e lungo infortunio in settimana. Viene invece ammonito Zanetti

Il vantaggio mortifica ulteriormente il morale rossoblù, mentre i Leoni di San Marco avvertono il sangue del Grifone sulle labbra e provano a infilare le zanne sull’avversario per un secondo e ferale colpo.

Seguono infatti 10 minuti di sfuriate gialloverdi in cui il Genoa si aggrappa a restare in partita come riesce: Nani calcia da 25 metri e manda a lato di poco, mentre Crnigoj non spiazza Sirigu e Aramu spreca malamente una punizione quasi dal limite. Se l’era conquistata grazie a un altro evitabilissimo errore del Genoa, che fattosi restituire il pallone dopo che il gioco era stato fermato a causa di un veneziano caduto a terra, pasticcia il più banale dei passaggi innescando il contropiede avversario, a cui Vasquez può porre termine solo spendendosi un fallo da cartellino giallo. In mezzo agli assalti subitanei dei padroni di casa, una sottile fiammata di Maksimovic che con un lancio di 40 metri pesca Destro tra due difensori, l’attaccante stoppa abbastanza bene il difficile ma brillante assist, ma troppo a ridosso di Romero, che in uscita gli conquista il pallone.

Al 29’ però Ekuban a sorpresa con un colpo di genio pareggia: riceve palla a destra da Destro, salta Caldara con un dribbling elegante e poderoso e insacca il suo primo gol in campionato! Tutto un altro giocatore rispetto al girone d’andata.

L’1-1 anestetizza il match sino all’intervallo, con un ritmo molto più spezzettato nessuna delle due riesce più a prendere il controllo.

Nella ripresa dentro Østigård per l’ammonito Vàsquez, il norvegese va subito in difficoltà al 50’ in marcatura su Aramu lanciato da Henry, deve spingerlo sin dentro il limitare dell’area ma per l’arbitro non ci sono gli estremi per il rigore.

Nella seconda frazione si combatte con ardore e ordine per ogni palmo di campo, ma le occasioni fanno fatica a prorompere, con le compagini che o per troppa paura di sbagliare o, all’opposto, per eccesso di fretta finiscono per costruire poco e sbagliare tanto.

Al 59’ il primo dei salvataggi sulla linea che faranno tirare accidenti e sospiri di sollievo: una punizione tagliatissima a effetto di Ampadu dalla destra supera Sirigu ma trova Badelj chiocciato davanti a Østigård, in un qualche modo la strana coppia riesce a disimpegnare.

Un minuto dopo Portanova per Sturaro e Yeboah per Rovella, il modulo diventa un 4-1-4-1 che aumenta l’entropia e in un qualche modo porta il Vecchio Balordo a farsi più insidioso, come al 67’ quando proprio i due vanno relativamente vicini a segnare: Yeboah penetra verso l’area accelerando, poi sgancia per l’accorrente Portanova ma sul tiro un piedino lagunare salva il Venezia.

In una partita in cui succede di tutto e non succede nulla, al 74’ entra Galdames per Destro e per il Venezia Ullmann per Ebuehi, infortunato, che era subentrato a inizio ripresa.

Gli ultimi 10 minuti di incontro si rivelano più avvincente della precedente ora di gioco, anche se la falsariga è la medesima: tanti abbozzamenti di conclusioni pericolose terminate prima che diventassero effettivamente tali, o concluse malamente, come Tessmann che sparacchia centrale o dall’altro lato Guðmundsson che su una velocissima imbucata non riesce a stoppare e battere in porta.

Così al 86’ il giro di lancette che avrebbe potuto decidere una volta per tutte della stagione delle due squadre, e invece è un po’ il simbolo di questa occasione mancata per entrambe: Cambiaso piazza uno dei suoi rinomati cross, Yeboah svetta e schiaccia di testa, sulla linea però Svoboda che scaccia quasi da dentro la porta; contropiede velocissimo, portato avanti da Johnsen, in 3 ad attaccare, sulla sinistra Nsame, sulla destra Aramu, predilige quest’ultimo, tiro in diagonale che si spegne di un soffio.

Ormai il Genoa si spinge in avanti con la mera forza della disperazione ma senza idee, al 94’ però c’è tempo per un’emozione da potenziale infarto, Galdames crossa per Portanova e il figlio d’arte si prodiga in una scivolata che va a lato di poco.

Portanova-Bless

“Comunque e Ovunque” recita la bella coreografia messa su dai tifosi Genoani in trasferta. Indica la loro dedizione, ma anche la loro maledizione e tortura, che non gli abbandona nemmeno in terra veneta. Nemmeno stavolta infatti ci si può mettere una croce sopra la salvezza, ma non si può nemmeno proclamarla. Ovunque e Comunque, un supplizio, ma dolce. Come d’Amore.

Federico Burlando

 

 

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