Lo Spezia ha sollevato la bufera in casa Genoa, ora anche gli Americani hanno colpe

No, nessun ripensamento. L’avventura di Andryi Shevchenko al timone del Genoa è ai titoli di coda. Il rinvio del divorzio è solo dovuto alla necessità di reperire un successore che accetti di accollarsi il serissimo rischio di una retrocessione e, soprattutto discutere una transazione con il mister ucraino, il cui contratto triennale è onerosissimo per la controparte. Il salvagente potrebbe essere lanciato dalla federcalcio polacca, che pensa proprio all’ex Pallone d’Oro per affidargli la guida della Nazionale, ma se anche questa via d’uscita perdesse consistenza, difficilmente i padroni del club più antico d’Italia tornerebbero sui propri passi. Intanto, bussa all’uscio rossoblù l’impegno in Coppa Italia, fissato giovedì sera a San Siro col Milan, ma non sarà quest’impegno ad ostacolare i piani della dirigenza.

Il fallimento di Sheva non si racchiude soltanto nei numeri: nove partite di campionato, tre miseri punticini senza il becco di una vittoria. Ma è anche la qualità del gioco espresso ad aver sancito una bocciatura senza attenuanti di una scelta senz’altro sbagliata. La qualità del gioco, rispetto ai tempi di Ballardini, è addirittura peggiorata, e per vedere all’opera una squadra condannata a fare le barricate per strappare uno sciapo pareggino non era proprio il caso di cacciare il romagnolo e abbracciare un pregevole selezionatore di Nazionali mai seduto sulla panca di una squadra di club.

Chi per il dopo Shevchenko?

La gran parte del popolo genoano, sconcertato e avvilito, ha già indicato pollice verso all’ex campione rossonero, si è riavvicinata a Ballardini – mai scaricato realmente – e inizia ad accarezzare l’idea di rivedere quel Maran passato da Genova come una meteora. I due sono a libro paga e in teoria non potrebbero rifiutare – pena l’interruzione dei compensi da ricevere – ma nel baillamme che caratterizza il sodalizio rossoblù escludere un terzo nome è un azzardo.

Anche gli Americani sbagliano

Come logico, il ko nel drammatico derby con lo Spezia ha insinuato nella gente genoana un pessimismo inarrestabile, ma il sentimento prevalente è un altro: la delusione, che sfocia nel dispetto, per le mosse, invero avventate, attuate dagli yankees e dal loro plenipotenziario Spors. Certe frasette strisciate di recente da Sheva nelle conferenze stampa sono state di agevole interpretazione: i primi tre innesti (due difensori ed un attaccante) non sembrano essere di suo totale gradimento. Lui, come tutti noi, avrebbe preteso almeno due innesti di sostanza in un centrocampo improponibile già durante la sosta natalizia ed invece contro gli aquilotti, in un match da dentro o fuori, ha dovuto riproporre interpreti che avrebbe volentieri accantonato.

Di sicuro la strategia a stelle e strisce attualizza un interrogativo esistenziale: il ricorso esclusivo a stranieri e giovani è dovuto all’incapacità dei mercatari a ritrattare con le società italiane l’ingaggio di calciatori pronti e scafati o rappresenta un disegno ben preciso e irrinunciabile, anche a costo di salutare la serie A? Di sicuro la strada intrapresa – per errore o convinzione poco importa – ha un unico sbocco: la retrocessione.

La colpa più grande è ancora di Enrico Preziosi

D’altronde, che questi personaggi d’oltreoceano fossero ignari della realtà calcistica italiana o tremendamente ingenui da sprecare in questa maniera vagonate di dollari si era capito verso fine agosto, quando Enrico Preziosi, tra i dirigenti più scaltri del panorama nazionale, si era affrettato a far trapelare la notizia di un’imminente cessione del club. Quale operatore esperto di football tricolore avrebbe acquisito una società il cui unico patrimonio era l’amore incrollabile del suo pubblico? Il semplice accollo dei cospicui debiti accumulati in anni e anni di gestioni tecnicamente pessime ha rappresentato un insulto alla logica.

Gli eventi nei mesi più recenti, purtroppo, hanno accresciuto le perplessità degli addetti ai lavori e spento in parte quell’alone di entusiasmo che aveva accompagnato un epocale cambio della guardia. “Ci fai o ci sei?” verrebbe da chiedere a ciascuno dei nuovi proprietari e dei loro collaboratori più stretti e responsabilizzati. Il loro comportamento, infatti, è incomprensibile.

In attesa di sapere dalle loro mosse se credono ancora nella salvezza o stanno ormai preparando un organico verde per avviare la risalita degl’inferi, è doveroso aggiungere che questi munifici investitori hanno colpe secondarie se rapportate a quelle di chi li ha preceduti. Come a Saronno e Como, anche a Genova Enrico Preziosi si è congedato lasciando macerie, economiche e anche tecniche. Il Genoa attuale è la risultante di un fallimento (sportivo, s’intende) annunciato, costruito anno dopo anno. Il Genoa, senza gli ingaggi a tempo dei vari Zappacosta, Strootman, Scamacca e Shomurodov (ma potremmo aggiungere al lotto Pjaca e Zajc, fuoriclasse al confronto dei loro successori), sarebbe finito in B già lo scorso anno. Ebbene, nessuno di quei pilastri è stato adeguatamente sostituito, senza contare che Badelj, Pandev, ma anche gli altri veterani Criscito, Masiello, Behrami hanno tutti un anno in più. Parecchi di loro, nonostante l’impietosa anagrafe, sono ancora tra i migliori buoi della stalla: ci si può sorprendere per l’attuale penultimo posto (con ampio distacco dalla zona salvezza) tendente all’ultimo?

PIERLUIGI GAMBINO

 

 

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