Dopo Napoli è cominciato il crollo della Samp, ora è crisi profonda e confusione totale

L’inizio della crisi blucerchiata ha coinciso con due episodi pressoché contemporanei: la batosta contro il Napoli e l’infortunio a Damsgaard. Sino a quei momenti in casa Samp era filato tutto abbastanza liscio e le prestazioni, al di là dei risultati ottenuti, erano soddisfacenti. Le quattro pappine rimediate di fronte ai partenopei hanno azzerato le precedenti sicurezze sulle quali poggiava l’impianto – tecnico e tattico – introdotto da D’Aversa. Improvvisamente la squadra si è sentita vulnerabile e incapace ad affrontare i momenti di difficoltà

Anche lo stop al danesino, finito addirittura in clinica per una misteriosa infezione, ha inciso. Sino a quel momento le sue prove erano state sotto traccia, ma la sua presenza sulla fascia sinistra del centrocampo consentiva di varare un assetto equilibrato. La sua defezione, unita a quella del teorico rimpiazzo Verre e alle bizze del giovane Ihattaren, ha costretto il trainer a rifugiarsi in una soluzione forzata e a smantellare la vecchia struttura del collettivo.

La situazione si è fatta via via più delicata e il successo sullo Spezia, frutto di una recita difensiva all’eccesso e di una quantità da elefante di cinismo, ha nascosto la polvere sotto la sabbia senza attenuare le perplessità destate da un atteggiamento tattico e mentale perlomeno discutibile.

A tutte queste considerazioni, uniamo le pause caratteriali che la Samp si porta appresso da diversi anni. Derivano anche dalla carenza di personalità dei mancati leader: in primis Quagliarella ma anche Ekdal, Silva e i difensori centrali, che per dovrebbero prendere per mano i più giovani, scuotendoli nelle fasi più delicate.

L’analisi, inoltre, non può prescindere dalla valutazione anagrafica. Quagliarella, che in terra piemontese non ha digerito né l’impiego iniziale come punta abbandonata a sé stessa, né la prematura sostituzione, viaggia verso i 39 e le sue prove senza sostanza sono ormai troppo frequenti. Anche parecchi suoi compagni hanno virato la boa dei 30 anni e stanno calando di intensità ed efficacia, e, inoltre, la riconferma della rosa dello scorso anno – con qualche doverosa eccezione – invece di palesarsi come un valore aggiunto, si sta rivelando un handicap. L’assenza di linfa nuova in un gruppo forse interprete di un calcio non più all’avanguardia si avverte, eccome.

Le scelte di D’Aversa hanno completato l’opera. Il consenso che l’aveva inizialmente accompagnato si è ormai dissolto e non poteva mancare chi, frugando nel suo curriculum recente, ha scoperto che – fra il ritorno sfortunato al Parma e l’avvio dell’avventura doriana – l’abruzzese ha vinto appena tre vittorie in 33 partite, con una media punti assolutamente inaccettabile.

La formazione schierata contro il Toro è stata un concentrato di illogicità. I granata erano temibili sotto molti aspetti, ma un undici così scombiccherato non poteva fermarli e anche la tendenza a rafforzare la copertura deve avere un limite. Fallimentare è subito parso quell’albero di Natale con tre centrocampisti (uno dei quali il difensore adattato Dragusin), due mezze punte (Candreva tolto dalla posizione naturale di esterno e Thorsby avanzato in una zona per lui inconsueta) e un solo attaccante, Quagliarella (che non ha le caratteristiche fisiche per reggere il reparto da solo). Ulteriori perplessità ha suscitato il ritardo abissale nell’intervenire su modulo e formazione: addirittura dopo il raddoppio dei locali a ripresa inoltrata. Un segnale inquietante di una confusione totale.

La società, indispettita da l”vuoto pneumatico” mostrato a Torino, ha subitamente ufficializzato un ritiro di una settimana intera (in pratica sino alla sfida col Bologna) che va interpretato come una sorta di punizione e anche come un’occasione di riflettere, tutti assieme, sulle colpe collettive e soprattutto individuali. Occorre chiarirsi le idee con un franco confronto tra tutti i protagonisti, ma basterà? È chiaro che la dirigenza ha il compito di approfondire immediatamente il tema dei rapporti reali tra allenatore e squadra. C’è ancora unità di intenti all’interno dello spogliatoio? D’Aversa ha sempre il polso della situazione o è ormai un gavitello sbattuto dalle onde del malcontento contro qualsiasi roccia? Domenica prossima col Bologna si giocherà le residue chances di rimanere in sella. A meno che la sua riconferma non derivi unicamente dalla mancanza delle risorse necessarie per pagare un ulteriore ingaggio.

PIERLUIGI GAMBINO

Condividi