Samp fuori fase e pure sfortunata a Cagliari ma ora con lo Spezia è derby-salvezza

Partiamo dall’unica attenuante: tradizione ostinatamente sfavorevole a Cagliari, con riflessi profondi nella componente destino. Sì perché, la Sampdoria, pur sconfitta per 3-1, non avrebbe meritato di uscire dallo stadio sardo con le tasche vuote. Nel risultato hanno pesato il palo colpito da Candreva sullo 0-1, la scalognatissima deviazione decisiva di Thorsby costata il raddoppio rossoblù e i due rigori clamorosamente negati da un arbitro esordiente, tecnicamente preparato ma ahinoi pauroso quando occorre assumere una decisione importante. Tenendo conto di tutti questi episodi, indirizzati da una sola parte, non è blasfemo affermare che il match poteva tranquillamente finire in parità.

Esaurita la doverosa premessa, occorre aprire il cahier de doleance, perché non ci si può bellamente nascondere dietro la foglia di fico della jella. La Samp aveva offerto dignitose prove all’inizio di campionato, ma è andata via via sfarinandosi sia a livello di gioco, sia di risultati, e l’alibi iniziale relativo all’estrema difficoltà del calendario non regge più, alla luce del pareggio stentato con l’Udinese (che avrebbe meritato il successo) e dell’inopinata confitta in terra sarda.

Eccettuato Candreva – comunque colpevole nell’ultimo ko – non c’è un giocatore blucerchiato che si esprima ai livelli dello scorso anno. Passi per Quagliarella, la cui età calcistica è tale da autorizzare crolli più o meno repentini, ma il calo dei suoi compagni preoccupa e necessita di una profonda analisi. Così come invita a riflettere quella serie di avvii terribili, coincisi con almeno una rete al passivo: segno che l’approccio al match è spesso deficitario. E che dire dei tre gol almeno incassati nelle ultime quattro gare?

È impossibile non chiedere conto ad un allenatore che era riuscito a vincere l’iniziale scetticismo sulle sue capacità prima di incorrere in questa serie di ribaltoni. Alla luce dei fatti, il 4-4-2 di Ranieri, vecchio e prevedibile finché si vuole, aveva una sua efficacia, mentre il nuovo gioco del trainer abruzzese – più audace e propenso all’iniziativa e alo spettacolo – non si rivela parimenti produttivo, visto che l’attacco continua a sparare a salve e la fase difensiva è nettamente peggiorata. A Cagliari, inoltre, è bastata l’assenza di un titolare, Damsgaard, per suggerire al mister addirittura un cambio di modulo: dal 4-2-3-1 discutibile finché si vuole ma non deficitario ad un 4-3-3 secco con Askildsen come rimpiazzo del danese, il rientrante Gabbiadini ala destra e Candreva trasferito a sinistra in un versante da lui mai amato. Il fatto che l’ex interista, dall’animo un po’ ribelle, si sia spostato più volte sulla fascia più gradita andando a pestare i piedi a Gabbia, può rientrare nell’ambito della disobbedienza, ma anche D’Aversa ne esce ugualmente indebolito.

Sono palesi il disagio e la scontentezza nello sguardo e nelle parole di parecchi giocatori: il velato atto d’accusa di Thorsby, che ha chiesto un chiarimento generale; le smorfie di un Quagliarella apparentemente rassegnato; l’imbarazzo dei centrali difensivi, costretti a turare falle di ogni tipo. Al di là dell’aspetto tattico, è emersa una sorta di passività collettiva, la mancanza assoluta di animus pugnandi, di quella rabbia agonistica necessaria per invertire il trend e riprendere la marcia. La sensazione è che troppi blucerchiati, una volta risollevati due anni fa da Ranieri e reduci da un’annata serena nella colonna a sinistra della classifica, si siano adagiati sugli allori e non abbiano preso coscienza della delicatezza del momento. La cartina tornasole di quest’impasse si riflette nella sola palla-gol creata (palo di Candreva) tra il precoce 1-0 del Cagliari e il forcing conclusivo, dopo il raddoppio degli isolani e l’innesto di Verre e Caputo, più vivaci dei predecessori.

Il presidente, scontento da tempo, aveva già chiamato a rapporto D’Aversa la scorsa settimana e la batosta più recente ha ulteriormente peggiorato la situazione. Forse, se il prossimo appuntamento di campionato non fosse stato anticipato al venerdì, il cambio della guardia sarebbe già avvenuto. L’allenatore salva in extremis la panchina, ma ha sicuramente capito che il mancato successo nella sfida casalinga con lo Spezia (da etichettarsi a sorpresa come delicato derby-salvezza) gli costerebbe l’automatico esonero.

Radiomercato racchiude la lista dei possibili successori a due nomi con precedenti doriani: Eugenio Corini e Beppe Iachini. Dovessero decidere i tifosi – ma non è così che funziona – nessun dubbio sulla scelta dell’ascolano, che ha firmato l’ultima promozione blucerchiata dalla B alla A. Al di là dell’esperienza e del prestigio, che sono differenti, l’affinità tra lui e Ranieri è spiccata: entrambi amano la concretezza e sono adatti a sbrogliare matasse intricate. Come due anni orsono, serve un guaritore più che un profeta del calcio moderno. Non mancheranno le occasioni per la riscossa, ma chi ha tempo non aspetti tempo.

PIERLUIGI GAMBINO

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