Ma cos’è questo top player?

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Con la frettolosa dismissione di Cristiano Ronaldo da parte della Juventus e i dolorosi tagli dell’Inter campione a Lukaku e Hakimi, da più parti si è evocata una nuova era di austerità e ridimensionamento per la serie A, proprio nell’estate che ha sancito, con timbro e trofeo, il ritorno al vertice del calcio tricolore.
Di fatto, si argomentava, ad oggi il nostro massimo campionato non può giovarsi della presenza di alcun top player” internazionale.
Già su questo punto ci sarebbe da battibeccare in profondità: da circa tre lustri, infatti, i cosiddetti “top players” – che poi, per chi è meno provincialista o esterofilo, sarebbero i giocatori in grado da soli di far lievitare il tasso di letalità della propria squadra – si riducono sostanzialmente a Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, una rivalità fomentata anche dall’essere, i due, vessilliferi di Barcellona e Real Madrid, casematte di un lungo periodo dominato dal calcio iberico (dopo decenni di nulla cosmico, per essere precisi, nonostante i sorprendenti tentativi di Vicente Del Bosque di dimostrare il contrario).
Gli altri – e che altri: Pogba, Salah, Mbappe, Neymar, Ibrahimovic, solo per citarne alcuni – bravi sì, ma già un gradino sotto, se non due.
Intanto, non so se lo vedo solo io, ma grandi difensori qui non se ne contano, e non da oggi. Può darsi che dopo Franco Baresi e Pietro Vierchowod o Alessandro Nesta o Fabio Cannavaro non ci sia più stato alcuno di quel livello, e forse è anche vero, e sicuramente questi sono tutti italiani. Tanto per dire. Ma questi sono anche i frutti di decenni di promozione di un pensiero unico calcistico, dell’introduzione di regole contro natura, dalla vittoria da tre punti fino al divieto di retropassaggio bloccabile, passando attraverso la criminalizzazione delle difese in area di rigore, l’assegnazione di penalty assurdi e a malapena colposi, e si potrebbe andare avanti.
Probabilmente, però, bisognerebbe iniziare a leggere la questione con occhi diversi, meno condizionati da tromboni e tromboncini che sentenziano “ex cathedra” ed “ex casta” – giornali, siti autorevoli quanto certi rotocalchi, microfoni e telecamere -, e rendersi conto che il cosiddetto “top player” devi essere bravo a costruirlo a casa tua, che Cristiano Ronaldo e Messi hanno settant’anni in due, e che in giro, forse, il talento in grado di determinare un risultato c’è già, e spesso proprio a casa nostra.
Gli ultimi europei ci hanno restituito la consapevolezza che, da soli, Mbappe o Ronaldo il torneo non lo vincono. Barella, Chiesa e Locatelli, insieme, sì, e cito tre giocatori che hanno tutte le potenzialità per essere – e, sicuramente nel caso di Barella, già sono – leader assoluti nelle proprie squadre, nonché punti di riferimento internazionali nel loro ruolo.
Ci hanno fatto nuovamente comprendere che il vero “top player” non è quello che paghi a peso d’oro per strapparlo, svenandoti, ad un “top club”, ma quello che ti costruisci in casa, con un attento lavoro nei vivai, con l’umiltà di ripartire dalle basi e dai fondamentali, con l’intelligenza di pescare (mettendo in conto di poter sbagliare) anche nelle serie inferiori, con il coraggio di togliere spazio e potere alla categoria dei procuratori e rilanciare alla grande la figura dell’osservatore, con la capacità di scommettere sui giovani, di lasciarli sbagliare in pace, di aspettarli.
Ricordo le prime partite da titolare di Skriniar alla Sampdoria: un errore grave a partita, spesso a costare punti. Giampaolo seppe avere pazienza, comprese che un piatto che cadeva in terra era niente in confronto alle squisitezze che conteneva, e rifiutò di ascoltare le prolisse omelie di chi ne chiedeva la testa (li ho ancora distintamente tutti davanti). A fine anno andò all’Inter per una cifra fra i trenta e i quaranta milioni.
Sapete quanto è costato al Manchester United il cartellino di Cristiano Ronaldo?
Giuseppe Viscardi
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