Gli 8 minuti di gloria e baldoria non cancellano la desolazione dei primi ’75 di Genoa-Verona

Emozione o raziocinio? Da quale angolazione osservare e commentare Genoa-Verona? In tema di sentimenti, è stata una magnifica festa, che avrà sicuramente colpito i nuovi proprietari a stelle e strisce. Magnifica l’accoglienza, con giochi di luce e presentazione davvero all’americana. Eppoi, quella gente ammirevole che si è sparsa in tutti i settori, in ossequio alle normative anti Covid: splendido colpo d’occhio e ancor più… d’orecchio, considerato l’apporto vocale, davvero inesauribile, che ha accompagnato il cammino degli undici Grifoni.

Improvvisamente, si è rivissuta l’atmosfera di due anni orsono, quando la Nord era il dodicesimo uomo, in grado di influenzare avversario ed arbitro. Una serata fantastica, pregna di sensazioni esaltanti, che poteva essere rovinata da una sconfitta ed ancor più vivacizzata da una clamorosa vittoria in rimonta. Di sicuro, l’aspetto ambientale è stato degno dello storico cambio della guardia nel pacchetto azionario del Genoa.

Purtroppo, introducendo l’argomento calcistico, le note sono assai meno confortanti, per non definirle opposte al contagioso quadro coreografico e sonoro, e sarebbe davvero fuorviante soffermarsi su quegli otto minuti di gloria e baldoria ignorando quell’ora e un quarto precedente di football irricevibile, seguita dall’ennesima distrazione difensiva, costata due punti pesantissimi.

Zio Balla, tutt’altro che un idealista, ha affermato papale in sala stampa: “Ora come ora, il Verona è più forte di noi. Non siamo ancora una squadra”. Icastico, diretto, il mister non poteva esprimersi altrimenti di fronte al pessimo spettacolo offerto dai suoi dall’ottavo minuto – primo gol scaligero su dormita di Cambiaso, appostato sul secondo palo – sino al fatidico 76′ – rigore realizzato da Criscito, a dimezzare lo svantaggio.

In mezzo ai due episodi, il raddoppio gialloblù propiziato dal Var (uno di quei penalty magari legittimi ma che sino a qualche anno fa non si sarebbero mai e poi mai decretati) e la totale, allarmante latitanza di un Genoa deprimente. Si può discutere finché si vuole le scelte iniziali del tecnico ed anche la sua propensione a cambiare continuamente uomini e modulo, ma è arduo pensare che un altro trainer al suo posto farebbe meglio con il materiale che gli è stato messo a disposizione.

La sensazione ricorrente è che il Prez non lo abbia minimamente interpellato per pianificare la campagna di mercato. Nessun panchinante, infatti, potrebbe avallare un organico così incompleto in parecchi ruoli e assai misero tecnicamente e atleticamente. In molti hanno promosso con votazione elevata l’ultima compravendita preziosiana, ma quanti nuovi acquisti stanno rispondendo alle attese e rivelandosi azzeccati? Sabato sera, per qualche periodo, gli unici neo rossoblù in campo erano il portiere Sirigu e il difensore Maksimovic. Il resto apparteneva al vecchio Genoa, peraltro impoverito da alcune gravosissimi addii.

Ci siamo tutti innamorati di Fares per le due inzuccate vincenti di Cagliari, ma il marocchino con i piedi non sta incidendo, e il raffronto col suo predecessore Zappacosta è umiliante. Che dire del centrocampo, dove Strootman è stato giocoforza sostituito da Rovella, un altro “regista”, costretto ad agire fuori ruolo? Persino Pjaca e Zajc, che in rifinitura aveva lasciato moltissimo a desiderare, suscitano rimpianto, visto l’impalpabile apporto offerto da Melegoni, assolutamente privo di intraprendenza e fisicità. Balla su di lui insiste non per autolesionismo, ma per assoluta mancanza di un rimpiazzo degno. E di sicuro il macchinoso Hernani continua ad essere improponibile.

Ed eccoci all’attacco. Per fortuna Mattia Destro, che era già sulla porta d’uscita, ha insistito per rimanere: non ha mai giocato a certi livelli esaltanti. Gli riescono prodezze inedite: perentorio colpo di testa a svettare in una selva di giganti e, più tardi, tocco finissimo a superare il portiere. Il bomber, nelle intenzioni della società, doveva essere Caicedo, ospite fisso dell’infermeria, e la seconda punta titolarissima quel Lammers che ha illuso la dirigenza rossoblù per un’estate intera prima del definitivo “marameo”. Al suo posto ecco alternarsi Kallon ed Ekuban, che non sembrano possedere la minima confidenza con il gol. Il primo – tra i pochi a salvarsi nel primo tempo – ha intraprendenza da vendere, resta sempre in partita, ma alla resa dei conti si smarrisce regolarmente al momento di tirare o di fornire passaggi puliti. Il secondo, di scena nella ripresa, ha se non altro esibito qualità di contropiedista utili nel breve periodo della riscossa, ma in un’accettabile squadra di serie A può svolgere al massimo il ruolo di riserva.

Ultima notazione, che appare risibile ma può spiegare parecchie cose: l’ultima formazione titolare rigurgitava di ragazzini inesperti e di ultratrentenni: solo Biraschi e Fares, due su undici, rappresentavano la fascia anagrafica dai 23 ai 29 anni, quando solitamente un calciatore tocca il vertice della carriera.

Insomma, comunque lo si giri e rigiri, è un Genoa da salvezza stiracchiata e, temiamo sofferta, almeno sino alla finestra invernale, quando gli jankees cercheranno di correre ai ripari. In teoria, è il quadro ideale per Zio Balla, se non fosse che la sua incidenza come tecnico iniziale appare assai inferiore a quella come subentrante.

                                PIERLUIGI GAMBINO

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