Addio a Gerd Muller, “Der Bomber”

Sarebbe piaciuto al paron Rocco, Gerd Muller, la migliore incarnazione del centravanti di cui io abbia memoria, che ci ha lasciato a Ferragosto dopo un lungo e triste declino.

Gli sarebbe piaciuta, in realtà, tutta quella squadra tedesca, dove – insieme a lui, il “mona che segna” – c’erano una “simia” fra i pali (i mutandoni di Sepp Maier), un criminale – Berti Vogts – in difesa, un genio – Franz Beckenbauer – a fare gioco.
Ho apprezzato quella nazionale tedesca, capace di rimandare a casa l’Olanda di Michels, Cruijff e della loro per me insopportabile prosopopea calcistica.
Non avevo ancora 12 anni, e la repentina eliminazione dell’Italia da parte della Polonia mi aveva indotto a cercare subito un chiodo che scacciasse il chiodo. Lo individuai senza troppi sforzi nella Germania Ovest – Ovest, l’altra era finta – perché le sudamericane non mi dicevano niente, la Svezia giocava benino ma era poca cosa, la Polonia era anche meglio dell’Olanda ma ci aveva fatto fuori.
Cosa mi piaceva di quella Germania? Il fatto che fosse una squadra riconoscibile, all’italiana: un portierone, due marcatori, un libero, un fior di esterno, due interni, un’ala vera come Grabovski, che mi piaceva particolarmente.
E poi, e soprattutto, c’era lui, Gerd Muller. Un cobra. Il centravanti, se mai ce n’era stato uno.
Lo ricordavo già da quattro anni prima, capocannoniere in Messico, due reti anche nella “partita del secolo”.
Ancora adesso mi impressionano i numeri: 62 partite in nazionale, 68 gol. Più gol che partite, capito? Significa che anche contro Malta e Lussemburgo, ce ne fosse stato bisogno, purgava l’avversario allo sfinimento. E non è che in Bundesliga o nelle coppe riservasse trattamenti diversi.
Perché il centravanti è questo, è lui.
L’uomo da scarpa d’oro, come Krankl, come Pippo Inzaghi. Paolo Rossi, Van Basten, Careca, bravissimi, eccezionali. Veri giocatori di calcio. Gerd Muller no, di mestiere faceva l’attaccante, e basta.
Quella era una Germania che vinceva o si piazzava, sempre. Era “soggetto-verbo-complemento” nella stagione in cui in Olanda si teorizzava l’anarchia organizzata, il “tutti fanno tutto”, e ancora adesso mi chiedo che tipo di giocatore fosse Neeskens.
Nel calcio chi crede di ribaltare i concetti trova sempre, prima o poi, un Gerd Muller, cecchino di una squadra “soggetto-verbo-complemento”, che lo rimette al suo posto.
Successe a quell’Olanda dalle ordalie brucianti ma con un portiere irrituale – “Oh, ragazzi! Ma che forte è Jongbloed che esce persino di testa?”, diceva qualche coetaneo più attento al folklore che all’efficacia -, una difesa imperniata sul solo, pur bravo Krol, e un gioco dalla cintola in su vincolato dagli estri di un grande, Cruijff, forse un po’ sopravvalutato e meno “ben circondato” di quanto si immaginasse.
Quella filosofia un po’ supponente in base alla quale la difesa non è un argomento, perché si attacca e anche benissimo, non aveva fatto i conti con un omino non alto, non aggraziato, dal baricentro basso e con le cosce di un bulldozer, che appariva d’improvviso sbucando da qualche botola nascosta nell’area di rigore, mimetizzato da dischetto o da palo, e che girandosi in area mise la palla – lenta, brutta, beffarda – dove un portiere forte di testa non sarebbe mai arrivato.
Arrivederci, “Der Bomber”!
Giuseppe Viscardi
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