Due ori e una giornata magica

Marcel Jacobs e Gian Marco Tamberi (foto Fidal)
Marcel Jacobs e Gian Marco Tamberi (foto Fidal)

Per chi, come me, è cresciuto nell’epoca della mitologia sportiva, quando non c’era inflazione di eventi ed un triangolare di atletica tra Italia, Polonia e Finlandia all’Arena di Milano era una piacevole seconda serata sul principale canale della RAI, purchè rigorosamente con la voce di Paolo Rosi a scandire gli eventi e a sbagliare le pronunce dei cognomi, le Olimpiadi rappresentavano un punto di riferimento, come i Mondiali di Calcio e ben poco altro.

Nei miei sogni di bambino la chitarra era una spada, così come avere un italiano in una finale olimpica di atletica, e chi non ci credeva era un pirata: il primo, sbiadito ricordo è il bronzo di Ottoz a Città del Messico, perché a Monaco nel 1972 ero già grandicello da rivedere Mennea sul podio, Arese che ceffa clamorosamente la finale, una giovanissima e fino ad allora sconosciuta Sara Simeoni che ritocca tre volte il primato italiano in una finale dove chiude sesta, e da lì in poi la memoria si condivide.

Tutti sapevano chi era Valerij Borzov, Dave Wottle che correva con il cappellino e persino John Akii-Bua (so che lo cercherete, ignoranti!). Dwight Stones, medaglia di bronzo nell’alto dietro a due apparatchik (tali Tarmak e Junge), pochi mesi dopo diventava primatista del mondo, superando – leggenda – i 2,30.

Gli sport vanno di moda, persino in quest’epoca dove il calcio divora ogni spazio (non voglio sembrare antipatico, ma devo ricordare che al ristorante spesso paga il conto di tutti). Fa scalpore l’assenza della boxe azzurra maschile, che seppe vestire d’oro fuoriclasse del ring come Benvenuti e Oliva, come i zeru tituli della scherma. D’altra parte, a Londra 2012 l’atletica portò a casa uno striminzito bronzicino (un highlander, Fabrizio Donato) e a Rio 2016 neanche quello. Bisognava ripartire.

Tuttavia.

Tuttavia accade che, in un pomeriggio d’agosto che a Tokyo è quasi notte, arrivino due medaglie d’oro azzurro vestite, ma proprio azzurro azzurro, il nostro, lo stesso di Mancini e dei suoi ragazzi tre settimane fa, perché ci sono nazionali che non sanno neanche vestirsi e non capisci dalla canotta da dove arrivino (USA), o se usino quella da casa o quella da trasferta (Jamaica).

Accade che uno sia Marcell Jacobs, che ha imparato a mettere a sistema tutte le sue potenzialità e a curare le sfumature di cui si compone il quadro della vittoria: la partenza, la distensione, e mi piacerebbe descriverne altre ma – francamente – non le so, le vedo e basta. Anzi, tanto mi basta.

Accade che la specialità regina dell’atletica, la specialità regina delle Olimpiadi, stavolta trovi casa in Italia, a Desenzano, che – al di là della gradevolezza geografica – è soprattutto nota ai frequentatori di Isoradio.

Accade che l’uomo più veloce del mondo sia italiano, sia azzurro, e abbia vinto la medaglia d’oro con un crescendo che lo ha portato a migliorarsi di prova in prova, e mi piacciono queste situazioni, perché capisci che il bello è questo: analizzare, capire cosa funziona e cosa può essere migliorato, e se poi metti tutto insieme vai benissimo. Benissimo da medaglia d’oro sui centrometri tuttoattaccato, perché è la più bella, perché prima di te ci sono stati Usain Bolt, Carl Lewis, Jim Hines, Jesse Owens, Linford Christie, l’ultimo europeo prima di Marcell Jacobs.

Ma accade che sia italiano anche l’uomo che – senza artifici – salta più alto di tutti. Si chiama GianMarco Tamberi, è marchigiano, e suo papà – che lo pilota dalla tribuna – era in gara (maschile) quando Sara Simeoni, a Mosca 1980, era la donna che saltava più in alto di tutte.

Accade che GianMarco, cinque anni fa, a meno di un mese dall’appuntamento olimpico dove sarebbero stati guai per tutti gli altri, si era fracassato una gamba nell’ultima gara preolimpica.

Accade che, dopo aver (giustamente) moccolato per almeno una settimana, abbia scritto sul gesso: non finisce qui. Ci vediamo tra quattro anni. Che poi diventano cinque, ma meglio, la panna monta ancora di più.

Accade che, per quell’ortodosso senso della giustizia (io credo anche un po’ divina) che tutti noi dovremmo sentire dentro, lui a questo appuntamento ci arrivi davvero, lo abbia avuto davanti come punto di riferimento esistenziale, abbia puntato tutte le sue fiches su quella casella, perché se esiste giustizia dovrà andare così.

Accade che lui, un po’ personaggione, che tutti conoscono e infatti alla fine tutti abbracciano, l’oro lo vince davvero, perché sono belle le storie che conoscono fatica e disperazione ma – come tutti i salmi – finiscono in gloria. E lo vince a pari merito con un amico che, per qualche combinazione nemmeno troppo oscura, ha seguito un percorso di sofferenza e poi di gioia analogo, se non identico.

Così.

Il pomeriggio più fantastico dell’atletica leggera azzurra di ogni epoca, oggi. Ne siamo stati fortunati testimoni. Tutti lo ricorderemo, così come gli ori di Cova e di Bordin, della Dorio e di Ondina Valla che se ne parla ancora adesso, come di Livio Berruti e di Stefano Baldini, di Pietro Mennea e di Luigi Beccali, di Adolfo Consolini e del genovese adottivo Abdon Pamich.

Non è finita qui. Lo spirito di emulazione, il vincere che aiuta a vincere, spinge in finale Sibilio nei 400 ostacoli, Luminosa Bogliolo da Alassio al record italiano, e ne vogliamo vedere ancora.

Anche in altri sport. Io, nel mio piccolo e nella mia seconda passione sportiva, ho un sogno. Non lo rivelo, sta al buio: la luce lo rovinerebbe.

Per ora la luce è tutta per loro: Marcell Jacobs e GianMarco Tamberi.

Giuseppe Viscardi

Condividi
Dal 1998 il blog dedicato a tutti gli sport praticati in Liguria. E' l'unico vero punto di riferimento per chi vuole leggere di tutte le discipline e a tutti i livelli. Dalla competenza e passione dei nostri autori nasce ogni anno l'Annuario Ligure dello Sport e ogni giorno viene inviata la Newsletter dello Sport in Liguria.