È terminato il casting, arriva D’Aversa

La Samp volta radicalmente pagina e batte strade nuove anche sotto l’aspetto della tattica e della programmazione tecnica. Una premessa però è doverosa: Ferrero avrebbe volentierissimo proseguito il rapporto con Claudio Ranieri se quest’ultimo avesse accettato un doppio ridimensionamento, nell’organico e nell’ingaggio. Due condizioni che hanno allontanato il testaccino dall’orbita doriana, ma il giocattolo si era già rotto in precedenza: quando alle orecchie del tecnico erano giunte le notizie di un casting ormai avviato dal presidente per reperire un nuovo allenatore. Sir Claudio si è risentito ed offeso: da qui una chiusura, rafforzata dai nuovi programmi societari, assai poco allettanti.

Il lungo giro d’orizzonte del Viperetta alla ricerca di un sostituto ha messo a nudo l’estrema confusione di un personaggio che – ripudiati quasi totalmente i tradizionali collaboratori Osti e Pecini – ha chiesto lumi a consiglieri personali non sempre concordi tra loro. Le caratteristiche dei numerosissimi tecnici “attenzionati” sono talmente differenti da far pensare ad un’assoluta mancanza di programmazione.

Dal cilindro è sbucato il nome di Roberto D’Aversa, dopo che la rosa dei pretendenti si era assottigliata a soli tre petali. Nessuno di loro era privo di controindicazioni, ma a nostro modestissimo parere la scelta definitiva è stata azzeccata.

Un ritorno di Marco Giampaolo non avrebbe riempito il cuore dei tifosi di felicità. A prescindere dalle sue pretese economiche – senz’altro superiori a quelle di D’Aversa, anche per le difficoltà da lui incontrate a liberarsi dal contratto col Toro – il suo integralismo, sviluppato in un’immutabile 4-3-1-2, avrebbe cagionato non solo noia infinita negli spettatori ma anche la necessità di stravolgere l’organico. I vari Damsgaard (confidando ovviamente in una riconferma per la prossima stagione), Candreva e Jankto sarebbero stati pesci fuor d’acqua. A queste considerazioni si aggiungano i due fallimenti consecutivi di Giampaolo, prima nella Milano rossonera e poi nella Torino granata.

Il popolo doriano avrebbe preferito di gran lunga Beppe Iachini, al quale è legato da tempo immemore sia per quelle sue vicende nei confronti del Genoa, sia – soprattutto – per la promozione in A firmata alla guida dei blucerchiati partendo dall’ultima posizione nei playoff: un capolavoro. I tifosi avrebbero gradito veder onorato il debito morale contratto per via di quel licenziamento ritenuto immeritato a fine stagione, ma la dirigenza doriana, in queste ultime settimane, non poteva basare la propria opzione sul sentimento generale.

Se escludiamo un’annata ormai lontana al Chievo, il marchigiano ha sempre fallito da trainer iniziale, ottenendo invece eccellenti risultati come subentrante. Il suo calcio è considerato dagli addetti ai lavori scarsamente innovativo, difensivista all’eccesso e privo di spettacolarità. Nella sua ultima esperienza, a Firenze, ha avuto il merito di esaltare le qualità di Vlahovic – mai emerse col suo predecessore Prandelli – ma nel complesso la squadra viola non ha mai espresso un salto di qualità. Il mister col cappellino, tifoso sampdoriano per convinzione, rimarrà a disposizione nella malaugurata evenienza in cui occorresse una sterzata: pochi sanno, infatti, esercitare meglio di lui la professione di “medico”.

Ed eccoci al prescelto. Partiamo subito dai motivi di perplessità. Il più immediato si lega alla media punti clamorosamente bassa fatta registrare dal Parma negli ultimi mesi dello scorso campionato. Se non altro, D’Aversa, invocato a gran voce come salvatore della patria, ha dimostrato scarsa attitudine come mister subentrante. I dirigenti doriani hanno pure storto il naso di fronte ad un numero di infortunati piuttosto alto e ai cali reiterati di rendimento nei minuti finali di troppe partite, ma evidentemente i punti a favore, nel bilancio conclusivo, sono stati giudicati superiori.

Tra i pregi del trainer nato all’estero ma di origine abruzzese (origine in tutto simile a quella di Giampaolo) si annovera senz’altro la duttilità tattica. Beninteso, pure lui ha un modulo prediletto, il 4-3-3, da utilizzare solo in presenza di calciatori adatti. Il suo Parma – quello salito dalla C al massimo campionato in due stagioni, prima di un paio di comodissime salvezze – è stato impostato in alcuni periodi sulla 3-5-2, in specie quando si poteva sfruttare la velocità di uno specialista nel contropiede come Gervinho. Spesso le sue squadre cambiano schieramento a seconda se attaccano o difendono. Questa capacità di variare rende D’Aversa un allenatore moderno.

Rispetto a Ranieri, poi, il nuovo mister dovrebbe rivelarsi più propenso a lanciare i giovani: sempre che, ovviamente, la società glieli metta a disposizione. L’ingaggio come direttore sportivo di Daniele Faggiano s’ispira anche a quest’esigenza. Il salentino ha già lavorato con D’Aversa, pur con qualche diversità di vedute che non ha limato la stima reciproca, ed è un profondo conoscitore del calcio nostrano (anche delle categorie inferiori) ed estero. Non è tipo accomodante e sovente si rende autore di qualche scelta un po’ troppo “spinta”, ma appare l’uomo adatto per garantire il successo di un nuovo corso come quello deciso dal proprietario. Di sicuro la sua Samp avrà un’impronta ben precisa e diversa dal passato.

Quanto alla gestione Ferrero, è indubbio che la piazza blucerchiata, anche a costo di disconoscere i risultati sportivi più che dignitosi conseguiti nelle ultime annate, sia compatta nel chiedergli di… sparire definitivamente.

Il Viperetta sa perfettamente di non poter rimanere ancora a lungo in sella al destriero sampdoriano, e la speranza è che ogni sua mossa futura – oltre alla conferma di una prima squadra competitiva – sia protesa alla ricerca di un acquirente affidabile. L’immagine attuale della Samp come “pegno” per tenere a bada i creditori delle altre aziende del suo gruppo crea sempre più imbarazzo e sconcerto e rappresenta un’umiliazione che il blasone e la tradizione della società blucerchiata non meritano.

PIERLUIGI GAMBINO

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