La Roccia della Partita del Secolo è volata in cielo, addio a Tarcisio Burgnich

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Il 26 Maggio di mezzo secolo fa se ne andava dopo una breve e fulminea malattia a trentasei anni Armando Picchi, che allenava la Juventus ed era stato il libero di quella fantastica Inter mondiale, quella che iniziava con la filastrocca che come i biscotti Doria era da imparare a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti… Picchi, il livornese che guidava la difesa dei nerazzurri e che aveva coniato per Tarcisio Burgnich quel soprannome, Roccia, che rimase come un marchio di fabbrica, mai così azzeccato per uno dei più forti difensori che il calcio italiano abbia mai espresso, un numero due che si appiccicava all’undici avversario e spesso ne usciva vincitore.

Friulano che sembrava intagliato nel legno la sua immagine è legata a due fotografie, una quella  in cui cerca di contrastare Ezio Pascutti, ala del Bologna “che tremare il mondo fa” che segna con un tuffo di testa a pelo d’erba e l’altra iconica in cui tutto piegato non può arrampicarsi a precedere Pelé che va in cielo a realizzare di testa la prima rete all’Azteca nella finale del mondiale messicano, pochi giorni dopo quella notte in cui il terzino aveva deciso forse per la prima volta di varcare la metà campo avversaria ed andare a segnare da bomber consumato il temporaneo 2-2 nei tempi supplementari della partita del secolo, il quattro e tre contro la Germania Ovest di Franz Beckenbauer e Gerd Muller.

Dopo due stagioni nell’Udinese il giovane difensore venne acquistato dalla Juventus dove nel 1961 contribuì alla conquista del tricolore con tredici presenze ma a fine stagione i dirigenti bianconeri non furono molto lungimiranti e Tarcisio dovette attraversare lo Stivale approdando a Palermo; dopo la stagione in Sicilia Italo Allodi convinse Angelo Moratti, presidente interista, ad acquistare quel roccioso terzino destinato a diventare uno dei protagonisti dell’Inter europea e mondiale del mago Helenio Herrera, vincendo quattro scudetti e due tra Coppa Campioni ed Intercontinentali, con le trionfali ed epiche battaglie contro il Real di Puskas, Di Stefano e Gento ed il Benfica della perla del Mozambico Eusebio e la doppia sfida vincente contro gli argentini dell’Independiente. Nel 1974 a trentacinque anni lascia il “Biscione” ed è protagonista di una stagione nuova e quasi vincente a Napoli, dove Luis Vinicio ammaliato ed ispirato dal calcio olandese gioca in maniera innovativa, applicando il fuorigioco e Burgnich si ricicla nel ruolo di libero, giocando tutte e trenta le partite di quel campionato in cui i partenopei finirono alle spalle della Juventus, vincendo la Coppa Italia l’anno successivo e chiudendo la sua straordinaria carriera.

Meno brillante quella da tecnico, si deve però a lui la scoperta di un certo Roberto Mancini che fece esordire appena sedicenne a Bologna, guidò in due diverse circostanze anche il Genoadal 1984 al 1986, anni in cui il Grifone passò di proprietà , da Renzo Fossati ad Aldo Spinelli, che lo confermò alla guida della squadra che ottenne un sesto ed un settimo posto, erano gli anni di Fiorini, Cervone, Onofri ,Policano e dei giovani Rotella, Torrente ed Eranio oltre che di Graziano Bini che rilevò proprio Onofri come libero il secondo anno, del povero Gigi Marulla e dell’attaccante tascabile Oscar Tacchi. Anche nella stagione 1997-98 Burgnich guidò per poche partite la squadra nel periodo in cui alla presidenza c’erano Scerni e Massimo Mauro, uno dei tanti anni tormentati del Grifone che passò da Salvemini a Maselli oltre che per Burgnich.

Il nostro ricordo di quando successivamente veniva allo stadio a vedere il Genoa, come osservatore o per puro piacere, è quello di una persona perbene ed educata, un signore d’altri tempi, proprio come il suo compagno di reparto Facchetti, terzino d’attacco di quell’Inter mentre lui era il terzino per eccellenza, quello all’antica, che si incollava all’attaccante fino a seguirlo anche sotto la doccia…Tarcisio e Giacinto, due nomi contadini, figli di un’Italia semplice e lontana, che resteranno indelebilmente uniti nella storia e nel ricordo di quegli anni in cui il calcio esprimeva oltre che grandi atleti uomini di uno spessore e di una moralità uniche.

                                                                                                                                     MARCO FERRERA  

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