30 anni dal sogno scudetto, 19 maggio 1991 l’ultima favola moderna del vecchio calcio

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Chi l’avrebbe detto, quel 18 novembre 1979, che dopo nemmeno dodici anni quella squadra sarebbe arrivata a coronare un sogno, un sogno nel cuore, quello di vincere il tricolore? Lauro Toneatto, mitico mister di quel gruppo, pittoresco allenatore che ai microfoni di Tivuesse passava dal “come si dice” ai “come si chiama”, usciva a capo chino dal vecchio “Ferraris”, insieme ai ragazzi di quel periodo, il portiere Garella che poi vinse lo scudetto a Verona e Napoli, il baffuto terzino Totò Lo Gozzo, Ferroni, i poveri Talami e Pezzella e poi “Micio” Orlandi, Genzano ed il “marziano” Chiorri…

Quel pomeriggio il Matera, squadra neopromossa dalla serie C, vinse sulle sponde del Bisagno grazie ad un rigore del carneade Raffaele ed anche Paolo Mantovani, da pochi mesi presidente, uscì tra i fischi della gradinata Sud che non credeva ai suoi occhi nell’aver assistito ad uno spettacolo così indecente…

Ebbene il 19 maggio di dodici anni dopo un intero stadio pavesato a festa e mezza città salutarono il trionfo di una squadra, di un gruppo, di una famiglia plasmata negli anni da quel petroliere romano che da addetto stampa della società di via XX Settembre condusse la sua creatura sul gradino più alto, vincendo il tricolore dopo tre Coppe Italia ed una Coppa delle Coppe, a coronamento di un percorso straordinario costruito negli anni con passione e competenza.

“Preparate i passaporti” disse Paolo quando l’undici guidato da Renzo Ulivieri ritornò nella massima serie nel 1982 e da subito, in quella estate indimenticabile, quella in cui l’undici di Bearzot ci regalò la gioia più grande al Bernabeu schiantando la Germania, si capì che le parole del presidente non erano state pronunciate nell’euforia del momento: arrivarono Trevor Francis, straordinario centravanti inglese e Liam Brady, classica mezzala irlandese ceduta dalla Juventus che aveva affidato il ruolo a Platini ed un minorenne di Jesi, Roberto Mancini, il “bimbo d’oro”, per la sua super valutazione di quattro miliardi e che aveva segnato nove reti nel Bologna appena retrocesso guidato da Radice, che si dimise per quella cessione, un ragazzo diventato poi uomo con la maglia più bella del mondo e simbolo dei dieci anni più belli della storia blucerchiata.

A Claudio Nassi che fu l’artefice come direttore sportivo e scopritore di talenti dei primi anni della Samp di Mantovani subentrò Paolo Borea, un ferrarese trapiantato a Modena, persona loquace a differenza del taciturno predecessore e di grande spessore, che con Boskov e Mantovani formò un terzetto formidabile al comando della società.

Intanto era tornato Pietro Vierchowod dal prestito alla Roma ed arrivarono futuri protagonisti dello scudetto come Moreno Mannini, Fausto Pari e soprattutto Gianluca Vialli, talentuoso attaccante della Cremonese che con Mancini formerà una delle coppie d’attacco più complementari ed efficaci mai espresse dal nostro calcio; dal Liverpool fresco campione d’Europa venne acquistato Greame “Charlie Champagne” Souness, uno scozzese baffuto che disputò una stagione straordinaria affiancato da uno scugnizzo di Cava dei Tirreni, Fausto Salsano e dalla sagacia tattica di capitan Scanziani, arrivato tre anni prima in serie B, che in quella caldissima ed indimenticabile serata del luglio 1985 alzò al cielo la Coppa Italia, il primo trofeo vinto dalla Sampdoria, sotto gli occhi commossi del presidente, impeccabile nel suo completo color crema, schiantando il Milan grazie ai gemelli del gol.

Dopo una stagione difficile, in cui arrivarono Pino Lorenzo e Gianfranco Matteoli, che andarono a ritoccare un meccanismo oliato, creando parecchi problemi di coesistenza sia a centrocampo che in attacco , con Mancini che rischiò di partire per il suo scarso feeling con mister Bersellini, a fine stagione si cambiò guida tecnica e si puntò su Vujadin Boskov, che aveva fatto bene ad Ascoli, giramondo di Novi Sad, l’altro grandissimo artefice della Samp d’oro, un tecnico ma soprattutto un papà, fine psicologo e personaggio di levatura internazionale, che pochi anni prima aveva condotto il Real Madrid alla finale europea.

Vujadin fu bravissimo a creare l’alchimia perfetta, puntando in attacco su Roberto e Gianluca in una squadra che in quella stagione salutò l’arrivo di un carrarmato tedesco, fresco vincitore dello scudetto a Verona due anni prima, Hans Peter Briegel ed un giovane portiere bolognese, che aveva convinto tutti difendendo i pali della Samp al torneo di Viareggio, Gianluca Pagliuca, lanciato dal tecnico slavo al posto di Bistazzoni. Nella Samp che sta crescendo stagione dopo stagione approda un altro dei mostri sacri dell’epoca, Toninho Cerezo, un brasiliano scartato dalla Roma e che sarà uno dei protagonisti assoluti di quegli anni, per la sua tecnica ma anche per la sua simpatia, capace di regalare esperienza e tanta allegria, sia in campo che fuori, un vero e proprio leader. E dopo il quarto posto e la conquista della seconda Coppa Italia, dove nella Torino granata grazie al sinistro vincente di Salsano nei supplementari si festeggiò in una notte fantastica, quella in cui Vialli, intervistato a fine partita alla domanda “con chi giocherai la prossima stagione?” rispose un “con noi!” che gli uscì dal profondo del cuore, correndo a raggiungere i compagni sotto la Filadelfia fasciata di blucerchiato.

L’anno successivo si chiuse con la dolorosa sconfitta di Berna nella prima finale europea contro il Barcellona, l’incerottata Samp di quella notte, rinforzata da uno che sarà protagonista dello scudetto, il “professor” Beppe Dossena, alzò comunque  la sua dimensione europea acquisendo autostima e nel famoso patto tra i senatori decisero di restare tutti nonostante le pressioni dei grandi squadroni metropolitani, Juventus e Milan in primis e come consolazione arrivò la terza Coppa Italia, goleando il Napoli di Maradona per 4-0 a Cremona, dove la Samp emigrava nelle partite europee per non giocare nel Ferraris dimezzato dai lavori per Italia 90. Arrivarono Invernizzi ed il roccioso ed infaticabile sloveno Katanec a centrocampo oltre ad un altro giovane con pochi capelli dalla Cremonese, Attilio Lombardo, che regalò corsa, chilometri e tecnica e nuove soluzioni tattiche a Boskov in una stagione in cui il Doria si confermò squadra sempre più “copetera” alzando la Coppa delle Coppe in una splendida serata svedese a Goteborg grazie alla doppietta nei supplementari di Vialli.

Ed iniziò la stagione 1990-91, i gemelli del gol erano reduci dalle notti magiche di Italia 90 che regalarono solo delusioni ai dioscuri della Samp, con Gianluca, atteso protagonista del mondiale, relegato in panchina dall’esplosione di Schillaci ed il Mancio dimenticato in tribuna da Vicini, al pari di Vierchowod, miglior difensore centrale dell’epoca, mai impiegato per la presenza della coppia interista Bergomi-Ferri davanti a Zenga.

E quell’ anno fu un crescendo rossiniano, dalla rete di Invernizzi che piegò il Cesena nella prima fatica stagionale fino a quella capriola con cui Gianluca Vialli festeggiò il suo destro ciclopico per il tre a zero in mezz’ora contro il Lecce, in quel 19 maggio 1991 che rimarrà scolpito nei cuori blucerchiati e di tanti che amano il calcio, un giorno che arrivò a coronamento di un percorso iniziato tanti anni prima, con Luca Pellegrini primo acquisto a fine anni settanta non ancora diciottenne che visse da protagonista quella cavalcata dagli albori, primo acquisto di Mantovani dal Varese e capitano indelebile di quello scudetto e protagonista di quella fantastica cavalcata, trenta partite in cui il giocattolo costruito da Paolo Mantovani regalò ad una tifoseria impazzita giornate e giocate indimenticabili, dallo scambio volante con cui Toninho Cerezo infilò Pazzagli nella Milano rossonera, in un freddo ed umido pomeriggio meneghino, con la nebbiolina che avvolgeva le torri del monumentale impianto alle doppiette della coppia del gol a Napoli il mese successivo, con la prodezza al volo di Mancini dopo la volata sulla destra di “Popeye” Lombardo che entrerà a far parte di una sigla televisiva per la bellezza e la naturalezza del gesto tecnico fissando il 4-1 a Fuorigrotta contro i freschi campioni d’Italia, passando anche per sconfitte che serviranno a far crescere e cementare ulteriormente quel gruppo, come quella del derby deciso dalla sassata di Branco.

E poi il 3-1 in inferiorità numerica il penultimo giorno dell’anno contro l’Inter a Marassi, un gennaio in cui arrivò l’unica crisi stagionale, con la sconfitta interna contro il Torino nel giorno in cui Pagliuca a fine partita rischiò una lunga squalifica dopo l’arbitraggio del livornese Ceccarini ed una Samp imbottita di riserve e decimata dalle squalifiche perse la settimana successiva a Lecce. Ma da quel momento la Samp non conobbe più sconfitte, arrivarono successi fondamentali come quello nel recupero contro la Roma , il rigore con cui Vialli trafisse lo juventino Tacconi, il colpo di testa al novantesimo di Mancini contro il Parma dopo la prodezza di Pagliuca su Grun che stava già esultando, le goleade nel gelo di Bologna e più avanti a Pisa, il Milan liquidato ancora dai gemelli a Marassi, il 4-1 rifilato al Napoli di Maradona, autore quel giorno del suo ultimo gol in Italia. E poi il 5 maggio arriverà San Siro, con l’Inter del Trap che con una vittoria avvicinerebbe i blucerchiati ad un punto, Pagliuca che diventa “the wall” e dice no a tutti i tentativi dell’Inter dei tedeschi, quella di Matthaeus, Brehme e Klinsmann; capitan Pellegrini, lo zar Vierchowod e “turbo” Mannini serrano le fila davanti al portierone , con  Invernizzi e Pari che non smettono mai di correre, Lombardo che ara la fascia, Cerezo e Dossena che regalano esperienza e tempi di gioco ad una formazione che in attacco ha la coppia più bella del mondo. Ma la coppia a fine tempo si scioglie perché Mancio guadagna anzitempo gli spogliatoi insieme allo “zio” Bergomi per una lite plateale, inizia la ripresa ed il muro sembra sul punto di cadere quando Beppe Dossena, nato ad un centinaio di metri da San Siro, riceve al limite e con il destro fulmina Zenga nell’angolo alla sua destra, con una conclusione chirurgica, per il suo primo ed unico gol stagionale ma dal peso specifico enorme. Schiuma rabbia il biscione nerazzurro, Berti è una furia e litiga e sgomita con tutti ma ci crede ancora e sul contatto in area con Cerezo conquista il rigore che potrebbe cambiare le sorti della partita e, chissà, di un campionato.

Ma quel giorno Gianluca da Bologna è insuperabile e si oppone con il suo metro e novanta alla rabbiosa botta di Lothar dagli undici metri, che gli rompe anche la catenina che gli cinge il collo, con il tedesco che si avventa per la ribattuta a rete ma con Pagliuca che riesce in qualche modo a far scudo e far rimbalzare la palla sul destro dell’avversario che manda sul fondo. E quando poco dopo il lungo lancio di Mannini pesca Vialli nella metà campo interista e Gianluca si porta a spasso Ferri, evita Zenga e deposita nella rete sguarnita l’intera gradinata alle spalle della porta, fasciata di blucerchiato, si catapulta idealmente sul prato ad abbracciare Gianluca, diventato Stradivialli in uno straordinario soprannome coniato da Gianni Brera e la sera di San Siro diventa blucerchiata perché in quel momento si capisce che per lo scudetto è quasi fatta.

E dopo il pari nella Torino granata della settimana successiva, con una rete guarda caso di “soldatino” Invernizzi, quello che aveva aperto le danze alla prima contro il Cesena, arriva domenica 19 maggio, il giorno in cui il sogno è diventato realtà, il giorno in cui Paolo Mantovani, a precisa domanda se fosse uno scudetto anche della città di Genova rispose seccamente “No, esclusivamente una vittoria della Sampdoria, grazie”.

MARCO FERRERA  

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