La Sampdoria fa la Guardia D’Onore all’Inter Scudettata: 5-1

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È festa scudetto a San Siro per l’Inter fresca campione d’Italia, e la Sampdoria sceglie di partecipare confezionando tanti regali per i nerazzurri per un 5-1 finale che la dice lunga sull’andamento di una gara mai in discussione.

Come se le celebrazioni iniziassero prima del match, Ranieri e i suoi inscenano la “Guardia d’onore” ai nerazzurri, che transitano tra due ali biancocerchiate congratulanti. Sarà anche il leit motiv tecnico della gara.

Conte fa rifiatare diversi tra i protagonisti di questa splendida cavalcata che ha interrotto il novennale, stucchevole monologo juventino. Spazio in difesa quindi per D’Ambrosio e Ranocchia, al fianco della rivelazione Bastoni. A centrocampo Eriksen giostra da regista centrale, affiancato da Vecino e Galiardini, con Hakimi e Young sulle fasce e Sanchez in attacco come spalla di Lautaro Martinez, mentre Lukaku assiste ridacchiando dalla panchina, come già all’andata.

Ranieri rispetto al convincente successo contro la Roma bissa il modulo – 4-2-3-1 – ma non gli interpreti, preferendo Ramirez a Verre e Keita a Gabbiadini, pur confermando il blocco difensivo e gli interni Thorsby e Silva.

Certe partite iniziano già segnate, e la prestazione dei singoli viene condizionata dalla prima giocata, buona o cattiva. È il caso di oggi. Dopo quattro minuti, Augello perde male un pallone che Vecino lavora per Martinez. Il Toro taglia per Gagliardini che in spaccata infila Audero per il vantaggio nerazzurro.

La Sampdoria prova a reagire e tiene alta la linea del possesso, approfittando anche di una certa, apparente svagatezza interista. Ma è una trappola: i nerazzurri si fanno pressare per poi recuperare e ribaltare immediatamente l’azione.

Da questo atteggiamento tattico nascono occasioni a ripetizione, come al 10’, quando Colley recupera in maniera autorevole su Hakimi, e al 14’, quando una controfuga dello stesso esterno – tra i migliori – lo porta ad un tiro egoista (potrebbe servire chiunque davanti ad Audero), che finisce per evidenziare i riflessi del portiere blucerchiato.

Insomma, quello dell’Inter è un gioco all’italiana rivisitato in chiave moderna: tre tocchi e tiro da posizione ottimale, con squadra larga e disposta ad occupare molto più campo di quanto, da Sacchi in poi, si sia abituati a vedere, mentre dall’altra parte la Sampdoria prova a ragionare e mette in area cross su cross uno più impreciso dell’altro.

Su una delle tante transizioni, al 26’ arriva il raddoppio interista. Gagliardini recupera palla sulla propria tre quarti e innesca Sanchez, che stoppa con eleganza e fredda Audero sul primo palo.

È un Doria che si siede in maniera fin troppo palese. Anzi, si sdraia al cospetto dei ragazzi di Conte, proseguendo di fatto la “Guardia d’onore” di inizio partita. Al 34’ Hakimi scappa via nuovamente ad Augello, arriva sul fondo e mette in mezzo un cross che – se fosse stato più preciso – avrebbe portato al 3-0. Audero, attento come e più che mai (altrimenti sarebbe stata una goleada da annali), blocca con sicurezza.

Sul capovolgimento di fronte è l’Inter a perdere un pallone increscioso. Jankto va al cross sul secondo palo, dove Candreva – tra i pochi a salvarsi – smozzica un destro su cui Handanovic non è perfetto. La palla sembra già entrata in porta, ma in ogni caso sulla goffa respinta del portiere sloveno Keita scaraventa di rabbia in fondo al sacco: 2-1, e rete assegnata all’attaccante senegalese.

Qui si potrebbe fare leva per iniziare un’altra partita, ma non succede. Sull’azione successiva – paradigma della partita – un lungo e lento triangolo Sanchez-Hakimi-Sanchez porta il Nino al tiro. Un destro al volo lento ma pregevole e preciso, che fa 3-1.

Il tempo termina senza recupero, e con la sensazione di aver assistito ad una partita preparata benissimo da Conte, e rovinata per la Sampdoria da troppi errori di lettura dei singoli, a cominciare dai due terzini, sempre risucchiati in avanti e poi bruciati in velocità da Hakimi – splendido, pur poco sostenuto da un D’Ambrosio non sempre all’altezza – e Young, e – stranamente – da un impalpabile Thorsby, che nella settimana del suo compleanno inforca una giornata no, anche perché l’Inter gioca palla a terra e non permette agli avversari di sporcare palloni vaganti, specialità del norvegese, che per qualche mistero alcuni commentatori tanto supponenti quanto poco preparati continuano a definire “tedesco”.

Ranieri se ne avvede, e a metà gara ne cambia ben quattro: fuori Thorsby, Jankto, un inconsistente Ramirez e l’ammonito Tonelli, e dentro Yoshida, Ekdal, Damsgaard e Verre.

Nell’Inter Handanovic – che peraltro dà l’impressione di aver imboccato la parabola discendente, lo si vede anche da una certa approssimazione con i piedi, e forse lo scudetto potrebbe essere un premio alla carriera – lascia il posto a Radu.

Nel primo quarto d’ora la partita dice qualcosa di doriano, con tre buone opportunità create da Candreva per Damsgaard (in ritardo di millimetri a pochi passi dalla porta), Keita (che non tira e preferisce un non brillante assist per Verre) e per sé stesso, da fuori, alto non di molto.

Ma alla prima sortita in stile primo tempo l’Inter sparecchia la tavola. Bereszynski chiude in ritardo per il subentrato Barella che pesca sul lato opposto Pinamonti, il quale – solo davanti ad Audero – nemmeno fatica troppo a trovare il suo primo gol stagionale.

I nerazzurri hanno ancora un obiettivo: far segnare Lautaro Martinez. E, sia pur causalmente, ci riescono a venti minuti dalla fine, quando Silva colpisce involontariamente con il braccio una conclusione dalla misura. Inizialmente Ayroldi concede una punizione dal limite, ma dalla sala VAR arriva la segnalazione che il regista portoghese è proprio sulla linea, la qual cosa gli procura un cartellino giallo e il secondo rigore contro consecutivo.

Il Toro argentino colpisce di potenza alla destra di Audero, che indovina l’angolo ma non riesce a parare il suo terzo rigore stagionale.

Da qui in avanti è accademia pura. L’Inter non affetta più la difesa doriana, né d’altra parte l’ingresso di Quagliarella, che pure tenta un paio di giocate non banali, smuove più di tanto la retroguardia nerazzurra.

E così, senza neanche un minuto di recupero (anzi, al cronometro del vostro cronista con qualche secondo d’anticipo, totalizzando quindi meno dei novanta minuti regolamentari), Ayroldi manda le squadre alla doccia.

Tecnicamente, partita non giudicabile. Forte il condizionamento del gol in apertura, e troppo molle e svagata la prestazione della Sampdoria, incapace di leggere i tempi di gioco e sempre, costantemente in ritardo sul pallone, ed è una rarità. Si salvano, per impegno e dedizione, il buon Candreva di questo finale di torneo, il ritrovato Keita e il solito, grande Audero, senza il quale il passivo sarebbe stato da antologia. Meglio così.

 

Inter (3-5-2): Handanovic 5 (46’ Radu 6); D’Ambrosio 5,5, Ranocchia 6,5, Bastoni 6,5; Hakimi 7, Vecino 6,5, Eriksen 6,5 (55’ Brozovic 6), Gagliardini 7 (61’ Barella 6,5), Young 6,5; Sanchez 7 (55’ Pinamonti 6,5), Martinez 6,5. All. Conte.

 

Sampdoria (4-2-3-1): Audero 6; Bereszynski 5,5, Tonelli 5 (46’ Yoshida 6), Colley 5,5, Augello 5; Thorsby 5 (46’ Ekdal 5,5), Silva 5;  Candreva 6, Ramirez 5 (46’ Verre 5,5), Jankto 5 (46’ Damsgaard 5,5); Keita 6 (73’ Quagliarella 6). All. Ranieri.

 

Arbitro: Ayroldi 6,5

 

Ammoniti Tonelli 31’, Silva 68’.

 

Calci d’angolo 2-8

 

Recupero: 0’ e 0’

Giuseppe Viscardi

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