Il Diavolo infila lo zampino a un Genoa prode e sfortunato, vince 2-1 grazie a un autogol di nuca

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La testa di molti tifosi da due settimane, dopo il pareggio portato a casa con la Fiorentina senz’infamia e senza lode, era già a Benevento e Spezia; di Juventus e Milan si diceva che si sarebbe anche potuto giocarsele, ma che probabilmente si sarebbero risolte in sconfitte. La fotografia del match di Torino aveva restituito l’immagine di una squadra allineata al quadro descritto, a tratti battagliera ma che sostanzialmente aveva pagato i troppi errori di concentrazione. A Milano è tutta un’altra storia: se solo si potesse andare al bar, sarebbe una bella discussione per quei luoghi di ristorazione, quanto Scamacca e il Genoa tutto possano essere ritenuti colpevoli dei gol presi. Se purtroppo non restano dei punti in classifica, almeno adesso invece ciò che rimane impressa è la rabbia di esser stati privati di quanto spettasse, e la determinazione di un undici che vuole chiudere il prima possibile il discorso salvezza.

Ballardini presenta il suo 3-5-2, come preannunciato dalle numerose assenze fortemente rimaneggiato: davanti a Perin, i soliti Radovanovic e Masiello con Goldaniga, in mediana Badelj, Strootman e Zajc, su una fascia Ghiglione e sull’altra, a sorpresa, Cassata, mentre la coppia d’attacco è Destro-Scamacca.

Pioli risponde con il 4-2-3-1, Kjaer davanti a Donnarumma a comandare la difesa, Tomori come scudiero, Theo Hernandez sulla fascia sinistra e Kalulu sull’altra, Kessiè e Bennacer in mediana, Rafael Leão al posto di Ibrahimovic supportato da Rebić, Çalhanoğlu e Saelemaekers.

Partenza lenta, ritmi blandi e tanta fase di studio, con qualche schermaglia a centrocampo. La quiete la rompe al 13’ il rombante sinistro di Hernandez con una punizione dal limite: sulla barriera trova il naso del profilo fiammingo di Strootman, abbattendolo sul posto; l’azione però, regolarmente, prosegue, la difesa del Genoa la scaccia appena fuori dall’area, dove Rebic al volo si apposta, arpiona il pallone in girata e sgancia un diagonale formidabile, irraggiungibile per Perin.

Il vantaggio ringalluzzisce i padroni di casa, mentre gli uomini di Ballardini seppur non scompaginando i ranghi non si mostrano capaci di un’autentica reazione.

Già al 19’ Çalhanoğlu cerca il raddoppio innescando Leão, che conclude come riesce, scivolando, trovando un Perin che risponde come può, coi pugni.

Al 29’ il Grifone batte un colpo con Mattia Destro: scatta in sospetta posizione di fuori gioco, si va avanti sapendo che spetterà al Var essere ultimo giudice sulla regolarità dello sprint, solo contro Donnarumma ma in posizione defilatissima calcia potente, trovando i guantoni del portierone azzurro, e calcia ancora più potente nel tentativo di ridarci sulla respinta, centrando però uno sfortunato Kjaer sulla coscia.

Il Milan perde l’iniziativa, ma non cede facilmente terreno, e si affida ai guizzi dei suoi palleggiatori per trovare lo spazio giusto per il raddoppio, il Genoa si oppone con compattezza e cerca di passare col lavoro sporco delle punte. La spunta la filosofia del Grifone: al 37’ Scamacca si procura un corner di mestiere, dalla bandierina va Zajc, parabola perfetta per Mattia Destro, che sovrasta Tomori e impatta imperioso. Pareggio.

Il Milan si getta nervosamente in avanti nel tentativo di chiudere la prima frazione in vantaggio, i rossoblù chiudono tutti gli spazi e così si va all’intervallo sul 1-1.

La ripresa si apre con una fiammata di Kalulu, dribbling celere e pallone d’oro per Rebic, che però spara altissimo da due passi.

È un fuoco di paglia: Çalhanoğlu e Saelemaekers salgono e si sovrappongono spesso, ma i loro cross sono infruttuosi contro una difesa che concede poco o nulla; dall’altra parte le avanguardie rossoblù lottano per crearsi e ampliare spazi per colpire.

Ballardini immette rinforzi al 57’: Ghiglione e Pjaca per Biraschi e Destro, il croato si mette subito in mostra con un destro che manca lo specchio di poco. Conclusioni vagamente insidiose da distante proibitive di Leão e Scamacca, poi Kjaer su calcio d’angolo con la bionda chioma non riesce a inquadrare la porta di Perin.

Anche Pioli lancia uomini dalla panchina, e tra questi il centravanti puro che manca, Leão generoso ma insufficiente. Ed è il centravanti croato al 68’ a contribuire in un qualche modo a decidere la partita: dalla bandierina cross tesissimo di Çalhanoğlu, la punta sembra allungarla di testa verso la schiena di Scamacca. Il rossoblù in posizione fetale e fatale diventa l’imbarazzante strumento del destino per un autogol decisivo: pigliato sulla nuca, beffa Perin.

Lo svantaggio, assolutamente ingiusto, soprattutto per i modi in cui è arrivato, ispira l’ira dell’undici di Ballardini, che si spiega alla ricerca del pareggio; il Milan si lascia schiacciare ma diventa la squadra che cerca il gol vittoria in contropiede, in un ribaltamento dei ruoli. È un ultimo quarto d’ora vibrante, con Pandev al posto di Cassata e Shomurodov dello sfortunato Scamacca, quindi al 83’ Beherami per Strootman, che esce continuando a gocciolare sangue per la pallonata di inizio match.

L’azzurrino non sarà l’unico degli ospiti toccato dalla malasorte, ciò che avviene al 86’ ha infatti del clamoroso. Su un cross tutto sommato facile Donnarumma in uscita si si lascia sfuggire il pallone, Behrami prova a infilare a porta sguarnita del portiere ma non vuota, respinge infatti Kjaer sulla linea, ci prova anche Masiello e stavolta sull’estremo limite c’è Tomori, proprio affianco a Kjaer. Masiello e Beherami si lasciano cadere sconsolati, mentre Donnarrumma si rialza ringraziando il cielo.

Poco prima Perin respingendo un bel destro di Çalhanoğlu aveva neutralizzato l’ultima improvvisata offensiva dei rossoneri. Ora si gioca a una sola porta ma sembra proprio che il Milan sia destinato a tornare a vincere al Meazza dopo due mesi. Pjaca prova il tiro a effetto, alto di poco, Tomori respinge quasi sulla linea una debole e in realtà non troppo pericolosa incornata dello scatenato vicecampione del mondo, alla fine il triplice fischio.

Tra la vittoria contro il Napoli e il pareggio con la Viola, senza mai dar luogo a palesi tracolli e cali di concentrazione, il Grifo di Ballardini era sembrato, derby a parte, meno grintoso di quello che aveva scalato la classifica con la rabbia dei disperati e la convinzione dei cinici. Ora ha invece mostrato il suo volto migliore, quello che solo conclusioni e accidenti diabolici possono piegare. Si esce dal Meazza a mani vuote, ma col cuore pieno di orgoglio e desiderio di rivalsa.

Federico Burlando

 

 

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