Tanti nodi nel futuro Samp: presidente, allenatore, Ds, responsabile scouting

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Non è un disonore perdere al cospetto di un Napoli lanciatissimo verso la zona Uefa e in salute. Si può discutere però sul “modo”, ed allora è lecito chiamare in causa il varista Aureliano, sollecito nel richiamare l’attenzione dell’arbitro Maresca dopo il gol di Thorsby. Rivedendo la dinamica dell’episodio cento volte, si resta nel limbo dell’incertezza: ci può stare l’annullamento, ma non è un peccato sospettare che se la stessa situazione fosse avvenuta nell’altra area, nessuno si sarebbe peritato di intervenire per un supplemento d’indagine. Nel calcio italiano, che nei piani alti è una questione di decine di milioni, qualsiasi arbitro – e così i suoi collaboratori – si guarda bene, in caso di incertezza, dal decidere contro una delle “grandi”. Tanto più quando – come nel caso della Sampdoria – l’avversario non si gioca qualcosa di determinante.

Ad essere pignoli, il raddoppio del Ciuccio era viziato da un’ancata subita proprio da Thorsby a centrocampo, ma – lo ripetiamo – gli azzurri di Gattuso non hanno perpetrato un furto appropriandosi della posta intera, e il clan blucerchiato deve anche riflettere sulla qualità complessiva della prestazione. La sola attenuante, ma forse decisiva, riguarda la contemporanea assenza dei due playmaker: rimasta al buio, la Samp ha navigato a vista, commettendo errori su errori in fase di impostazione e rifinitura e non brillando neppure nella copertura, come dimostrato in occasione dell’1-0, con Fabian Ruiz gratificato di eccessiva libertà, sfruttata alla grande.

L’altra pecca è più antica e strutturale: la scarsa prolificità. Col Toro i blucerchiati hanno tirato non più di due volte, ma è bastato colpire un bersaglio per imporsi e a San Siro la superiorità schiacciante nel primo tempo non è sfociata in alcuna segnatura e per ottenere lo strameritato vantaggio c’è stato bisogno della provvidenziale collaborazione del rossonero Hernandez. Col Napoli i tentativi sono stati numericamente superiori, ma quasi tutti sferrati da Gabbiadini, peraltro pasticcione nella circostanza più ghiotta. Quagliarella è stato cancellato dal campo e lo stesso Damsgaard si è lievemente ripreso solo nell’intervallo come trequartista puro dopo un pessimo primo tempo da esterno.

A Ranieri stavolta si può imputare poco. Non è colpa sua se entrambi i “registi” erano indisponibili e il giovane Askldsen continua a non offrire prove incoraggianti neppure in allenamento. Gratta gratta, si scopre che il decimo posto e anche il bottino di punti incamerati è perfettamente in linea con le previsioni di fine agosto. Forse, si poteva pretendere una maggior brillantezza nella manovra, ma è difficile pensare che con un altro allenatore dalle idee più moderne la resa sarebbe stata migliore. E qui si giunge al nocciolo dell’attualità: il futuro della panca doriana.

Il testaccino ha già lanciato più di un’imbeccata dialettica al presidente, ma la sensazione è che si stia scocciando ed abbia già individuato una nuova collocazione professionale, tanto da non rimanere disoccupato. Che il Viperetta non sia convintissimo di riconfermare Sir Claudio è altrettanto scontato, sebbene le sue ultime dichiarazioni riguardo a Ranieri siano al miele. A favore di una prosecuzione del matrimonio, tuttavia, giocano altri fattori: i favori crescenti di una piazza che in un amen ha rivalutato il lavoro e i risultati globali raccolti dall’odierno trainer nell’annata in corso e la mancanza di alternative entusiasmanti e prive di controindicazioni.

Prima di scegliere l’allenatore, tuttavia, Ferrero dovrà sciogliere altri due nodi: la sua permanenza o meno nell’assetto proprietario del club e l’identificazione di direttore sportivo e responsabile scouting, visto che Osti e Pecini continuano ad essere in bilico. Come dire che da qui a maggio gli esiti sportivi rischiano di passare in secondo piano.

 

PIERLUIGI GAMBINO

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