Juve mostruosa, Genoa umanamente fallace: a Torino finisce 3-1

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All’entrata in campo a Torino il presente e il passato schiacciano il Genoa, il futuro prossimo non abbastanza. Sono 30 anni esatti che il Grifone non espugna lo stadio della Vecchia Signora, dai tempi delle cavalcate europee di Bagnoli e Tomáš Skuhravý. I bianconeri hanno una rosa pensata per la conquista della Champions e quindi del mondo del calcio, e per il controllo totale del campionato italiano. Quest’anno sono andati in difficoltà, anche recenti, ma per fronteggiarli col giusto piglio ci vorrebbe un Genoa terrorizzato da un’eventuale sconfitta. Le retrocedende però perdono tutte, il distacco su di loro è amplissimo, e così anche la ferrea determinazione che può venire dalla necessità di vincere è tutta dalla parte dei padroni di casa.

Ballardini schiera il suo consueto 352, il consueto terzetto difesa davanti a Perin, Zappacosta a sinistra, Biraschi a destra, con Behrami in ragione di Zajc e Rovella al posto di Stootman a chiudere la cerniera di mediana. Quindi Pandev dietro a Scamacca.

La Juventus schiera la crème della crème della sua rosa ricchissima di qualità, 4-4-2 dinamico con Chiellini e De Ligt davanti a Szczesny, Cuadrado e De Danilo ai loro lati, Kulusevski, spesso in gol col Genoa, mossa a sorpresa sull’out di sinistra, dall’altro lato lo straripante Chiesa, Betancur e Rabiot a centrocampo, Morata e Cristiano Ronaldo coppia d’attacco.

Passano 5 minuti ed è subito chiaro l’impari confronto tra l’attempata e lenta retroguardia rossoblù e le fulminanti bocche da fuoco della Vecchia Signora: prima CR7 gioca Masiello e mette in mezzo, quindi Kulusevski fugge e crossa per Rabiot che non riesce ad addomesticare in buona posizione, quindi il gol.

Cuadrado sulla destra salta Rovella, quindi appoggia sull’accorrente Kulusevski. Lo svedese tramite un potente sinistro con un lieve effetto supera implacabilmente Perin. L’inesorabilità del gol juventino è l’accurato trailer della prima frazione.

I successivi 10 minuti vedono i padroni di casa e del campo guizzanti alla ricerca del raddoppio, gli ospiti frastornati che provano a imbastire una reazione, trovando soddisfazione solo sulle sfuriate sulla fascia sinistra del sempre pericoloso Zappacosta.

Proprio l’ex Chelsea con un cross astuto per una questione di centimetri non si procura un rigore: sulla sinistra badano a lui in due, tra cui Cuadrado, che, a mezzo passo dal limitare dell’area, alza il braccio per dare indicazioni ai suoi compagni. Zappacosta la mette dentro e il pallone sbatte sulla mano del colombiano. L’esterno rossoblù si rimpossessa del pallone e duetta con Pandev, vorrebbe l’applicazione della regola del vantaggio ma l’arbitro concede subito la punizione. Scamacca la sparacchia alta.

Al 22’ il 2-0: Chiesa ruba il pallone a un incauto Radovanovic a metà campo e da solo in contropiede infila l’intera difesa avversaria, da posizione defilata cerca l’angolo destro della porta ma Perin riesce a respingere senza trattenere. Cristiano Ronaldo col tocco a porta vuota calcia sul palo, sul rimpallo arriva Morata e tutto solo raddoppia.

La partita sembra finita. I 9 volte Campioni d’Italia continuano a palleggiare in scioltezza, cercando lo spazio per il tris, il Grifone si chiude e cerca di evitare come può il tracollo e il disonore.

Al 36’ paratona di Perin su Rabiot, pescato alla perfezione da Chiesa.

Proprio in finale di tempo un sussulto ospite con Scamacca: con un elegante gioco di tacco passa tra De Ligt e Chiellini, solo davanti a Szczesny spara potente ma senza un minimo di angolazione.

Pirlo toglie Cuadrado e mette Alex Sandro, Ballardini prova a cambiare tutto nell’intervallo, dentro Ghiglione e Pjaca per Biraschi e Behrami.

Le mosse del tecnico ravennate sembrano funzionare: al 48’ Ghiglione sfugge via sulla destra, Szczesny in uscita deve concedergli il corner. Batte Rovella, De Ligt sulla debole spinta di Scamacca per smarcarsi, azzurrino solissimo a centro area che schiaccia impetuoso in porta.

In capo a una manciata di minuti il Genoa va a un passo dal capovolgere la partita: al 55’ Pjaca da fuori costringe alla parata un attento Szczesny, poi al 56’ sempre il croato con una finta elegantissima si libera di Chiellini e praticamente dal dischetto calcia clamorosamente alto. La Juventus è in difficoltà.

Ballardini decide di proseguire coi cambi: dentro Shomurodov e Zajc per Pandev e Rovella.

Pirlo risponde inserendo Dybala e McKennie per Morata e Kulusevski.

Al 70’Ballardini fa all-in: quinto cambio, dentro Melegoni per Scamacca. Mal gliene coglie: praticamente subito assist di Danilo poco oltre la metà campo dalla destra per McKennie, dall’altro lato Ghiglione lo tiene colpevolmente in gioco, fuga e 3-1, con l’americano che si prende giusto due secondi per guardare se si alza la bandierina.

Al 76’ strappo muscolare per il generosissimo Zappacosta, cambi finiti e Genoa in 10. Costretto a uscire, finisce la sua partita e anche quella del Grifone, impossibilitato a cercare la rimonta con l’uomo in meno contro una squadra così nettamente più forte, ed eppure messa in difficoltà.

Per un po’ i bianconeri si limitano a schiacciare il rivale, sfiancato e menomato dell’elemento più prezioso; poi proprio nel finale si fanno Maramaldi e cercano il poker.

Perin in uscita bassa al 89’ deve esaltarsi su Alex Sandro, poi al 92’ un insidioso colpo di testa di un Cristiano Ronaldo in pessima forma non trova né la porta né la deviazione di Dybala. Ci provano ancora una volta a testa McKennie, Alex Sandro e De Ligt, Perin per due volte salva in corner e alla terza blocca. Il triplice fischio pone fine agli indebiti straordinari.

Con un nonnulla poteva finire con un’umiliante e ingiusta goleada, se nulla fosse stato sbagliato poteva finire con una memorabile, epica vittoria. La differenza tra quel nulla e quel nonnulla l’hanno fatta tanti piccoli errori, molto umani e molto evitabili, anche da parte di Ballardini, come il quinto cambio al 75’. Del resto se a sua volta questa Juve in versione Tardo Impero non avesse sbagliato niente, non ci sarebbe stata possibilità di rientrare in partita. La speranza è davvero l’ultimo e più grande dei mali, perché più che la sconfitta fa più male la crudele, beffarda illusione di aver potuto pareggiare una partita che dal primo istante si giudicava, con senno e grave consapevolezza, irrimediabilmente persa.

Federico Burlando

 

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