Senza vittorie da 30 anni nella Torino bianconera e senza Strootman: Grifo chiamato all’impresa

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È già passato il trentennale dell’ultimo successo del Genoa chez Madama (gol di Tomasone Skuhravy e pervicace resistenza sino al 97′), e basta questo dato per inserire l’impegno nella Torino bianconera a fianco di quelli nella Roma giallorossa e a Firenze. Vero che in Coppa Italia, in tempi recenti, la seconda squadra genoana fece sudare sette camicie alla Vecchia Signora, ma in campionato il clima è differente e il divario tra le due formazioni titolari appare assai più marcato.

Non ci voleva la resurrezione juventina di metà settimana al cospetto del Napoli. Sino a domenica scorsa si parlava di crisi nera e lo spettro della la mancata qualificazione alla Champions aleggiava sinistro sul capoluogo piemontese. Acqua passata: le individualità di cui dispone Pirlo sono di tale valore che non serve un allenatore navigato per esaltarle e condurle all’obiettivo minimo.

Il Grifone non è ancora salvo, ma intravede il porto agognato. Le basterebbe, dopo tutto, che l’Inter facesse il proprio dovere battendo il Cagliari per compiere un altro passo verso la meta, a prescindere dal verdetto all’Allianz Stadium.

Prestazione e anche punteggio finale dipenderanno in buona parte dall’atteggiamento del Genoa e dalle scelte di Ballardini, il quale vanta un precedente poco tranquillizzante: la partita di San Siro contro l’Inter, affrontata con una formazione che definire sperimentale è un eufemismo. È stata l’unica circostanza in cui tifoseria e critica hanno contestato apertamente la condotta del ravennate, al quale è caldamente consigliato di interpretare questa nuova ascensione himalayana con ben altro spirito e con gli uomini adatti a giocarsela, senza lasciarsi troppo condizionare dagli appuntamenti successivi, sulla carta meno proibitivi.

Mancherà Strootman, in castigo per un turno, e questo forfait basta e avanza a sconvolgere i piani del tecnico. L’olandese vale ben più di un undicesimo dell’assetto base: è un po’ il collante di tutta l’impalcatura tattica, l’elemento che – in partnership con Badelj – detta i ritmi, apre e chiude il gioco, puntella l’arginamento: insomma, un insostituibile uomo-squadra. Trovare in organico un elemento in grado di avvicendarlo degnamente è un rebus di quelli peggiori. Potrebbe toccare al baby Rovella, che fa già parte della scuderia bianconera ed è spinto da un’insopprimibile voglia di mettersi in vetrina, ma certe gare così impegnative non sempre si attagliano ad un diciannovenne. L’alternativa è un salto anagrafico di 16 anni abbondanti: “nonno” Behrami, un tipo da bosco e da riviera, forse più adatto alla bisogna. Terza soluzione, ma minoritaria, è il lancio di Melegoni, un giovane che sinora non ha mantenuto le promesse. In Coppa a Torino non sfigurò, ma parliamo di ben altro contesto.

Un lavoro improbo attende non solo i tre difensori centrali ma anche gli esterni, considerato che Ronaldo è aduso partire dal versante sinistro e poi accentrarsi e, sulla sponda opposta, Chiesa prova a sfruttare la propria forza fisica per incunearsi attraverso la via laterale di destra. E se Biraschi a difendere è abituato, Zappacosta sul versante mancino dovrà in parte snaturarsi, rinunciando spesso alle sue volate.

Infine l’attacco. In teoria, meritano una conferma sia Destro, capocannoniere di casa, sia Scamacca, che resta un obiettivo del club juventino e intende farsi ancora… corteggiare, ma una domanda è lecita: può il presidente Preziosi accettare di osservare perennemente in panca Shomurodov, uno dei rari patrimoni di un club tra i più poveri della serie A?

PIERLUIGI GAMBINO

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