Con la Fiorentina, un Genoa sornione per una Pasqua serena

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Il posto gara tutto focalizzato su un episodio, uno dei rari lampi di una gara giocata al buio, stracca e sconclusionata. L’intervento di Eysseric su Zappacosta era l’essenza del fallo da rigore, senza “se” e senza “ma”, ed anche un ex arbitro come Casarin, in tv, lo ha riconosciuto, ma serviva ben altro coraggio ad un direttore di gara da sempre mediocre come Maresca e ad un uomo var come Banti, mai tenero nei confronti del Grifone. Inutile negarlo: a questo punto del campionato, la politica sportiva ha il sopravvento: ergo, la Fiorentina – club blasonato, guidato da un magnate che qualche soldino nel calderone del nostro calcio lo ha buttato – non la si spinge nel baratro.

A meno che – e qui suggeriamo un’altra chiave di lettura – Maresca abbia deciso di restar fedele al clima che aleggiava su Marassi, tra due squadre che negli anni passati hanno condiviso la grande paura di retrocedere e non disdegnavano già in mattinata il singolo passettino in classifica.

D’altronde, le vicende della gara ma in particolare della ripresa, dopo che Ribery aveva lasciato in dieci uomini la Viola con un intervento da codice penale, hanno rafforzato la tesi, assai diffusa, secondo cui entrambe le compagini non dovessero rischiare in alcun modo la sconfitta.

Quella Fiorentina in inferiorità numerica e con una difesa traballante sarebbe stata la preda ideale per una squadra col sangue agli occhi. Il Genoa invece ha attaccato (ma è una parola grossa) a ritmo dopolavoristico, girando palla con lentezza disarmante, e nell’unica circostanza favorevole – il “liscio” aereo di un difensore ospite – Zappacosta, peraltro il migliore in campo, ha centrato il cuore della gradinata Nord.

Detto dell’atmosfera da “embrassons nous”, è stato il solito Genoa, che se esistesse lo scudetto dell’opportunismo lo conquisterebbe per distacco. Probabilmente non vedremo mai un Grifo dal gioco tambureggiante, capace di costruire una palla-gol come un’altra: il credo di Ballardini – pianificato in base alle caratteristiche dei suoi uomini – è quello di girar palla con continui cambi di versante, alla ricerca del lancio lungo che sbilanci gli avversari. D’altronde, non è colpa del ravennate se la rosa genoana – Zappacosta a parte – non dispone di giocatori bravi nell’uno contro uno, forti nella progressione e sopraffini nel gioco stretto. Il merito reale del tecnico – da domenica… centenario quanto a presenze sulla panca genoana – è di aver conferito concretezza e soprattutto organizzazione ad una squadra a lungo sfilacciata. La trama che ha condotto all’effimero vantaggio, pur favorita da una generale latitanza dei gendarmi viola, è stata una riuscita sintesi del pensiero ballardiniano: scambio veloce a centrocampo tra le punte, lancio verso l’ala sinistra, cross sul secondo palo e seconda combinazione tra gli attaccanti. In assenza di individualità di spicco, il Genoa non ha alternative: le sue reti debbono scaturire da movimenti preordinati, da un contributo collettivo più che dall’invenzione di un singolo.

Comunque, il punto con la Fiorentina – unito ai quattro raccattati nelle due precedenti esibizioni – basta e avanza per una Pasqua in serenità, constatata l’inattesa sconfitta interna del Cagliari, sceso a “-10” da Criscito e compagni e apparentemente inabile ad imprimere uno scossone favorevole alla propria classifica. A questo punto, le due trasferte in casa di Juve e Milan, le due “big” attualmente più in crisi non creeranno mali di pancia nel clan genoano. E pazienza se a Torino mancherà lo squalificato Strootman: la roccaforte del Balla potrebbe tenere ugualmente, arbitro e varista permettendo.

PIERLUIGI GAMBINO

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