All’asta la maglia di Radovanovic, bomba sempre pronta a esplodere

“Se fossi 5, sarei uno stopper così alto e bravo che il centravanti Passoni potrebbe anche portarsi il Game Boy in area di rigore, perché avrebbe un sacco di tempo libero. Non gli lascerei neppure la briciola di un cross. Stanno cadendo tante bombe dalla montagna, io salto e le respingo tutte di testa, lontano, verso il mare, dove non fanno male…”, è uno degli estratti più famosi di “La Vita è una bomba”, il fortunato esordio come scrittore del giornalista Luigi Garlando.

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Parla di un bambino jugoslavo adottato da una famiglia milanese, sfuggito alla Guerra dei Balcani e innamorato del pallone, che racconta la sua vita in un tema. Quel 5 ideale, che difende tanto bene, che respinge con coraggio e una semplicità molto naturale tutto il male che gli piove addosso, può tranquillamente essere Ivan Radovanovic.

Serbo di Kosovska Mitrovica, classe 88, ora facente parte della non del tutto riconosciuta Repubblica del Kosovo, e cresciuto un po’ più a nord, a Obrenovac, nei pressi di Belgrado, ha imparato presto la differenza tra la simpatica guerra simulata del calcio, dove si scagliano le cannonate per modo di dire, e quella reale. La sua cittadina ospita una delle centrali elettriche più importanti del paese, ed è stata la prima a conoscere le mine alla grafite, lanciate di notte per lasciare al buio quante più case possibile. Così ha dovuto imparare presto a farsi uomo.

Le giovanili nel Partizan, prestito con esordio in massima serie nel più piccolo Smederevo, sempre nell’area capitolina, e poi a 19 anni il grande volo verso l’Italia. Oggi con 305 presenze ha davanti solo Stankovic e Mihajlovic nella classifica dei connazionali con più gettoni in Serie A. Di difficoltà ne ha dovute superare ancora tante, sebbene meno tetre di quelle che hanno attraversato la sua infanzia, ma non si è mai tirato indietro e per Ballardini è diventato non solo un titolarissimo, ma persino insostituibile.

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Da quello Spezia-Genoa alla vigilia di Natale che ha segnato l’ora del ritorno del tecnico ravennate e della riscossa per il Grifone su 15 partite disputate, 13 le ha giocate dall’inizio alla fine. Son ormai diventati iconici della capacità di soffrire dell’intera squadra i suoi recuperi e disimpegni a denti stretti negli ultimi minuti, quando manca un nulla per portare a casa il risultato ma occorre mettercela tutta per riuscirvi davvero.

È ormai la seconda o terza vita del regista, attualmente in veste di libero, che alla trentatreesima primavera fa dolcemente stupire. Se non si ha l’occhio esperto, ci vuole un po’ di tempo per cominciare ad apprezzare il suo lavoro, oscuro ma pulito, i palloni che lavora sotto traccia con la precisione di un discepolo Euclideo. Un lavoro da orologiaio che cura i dettagli nel retro della sua bottega, prezioso, di cui ti accorgi solo quando manca e gli ingranaggi non scorrono più lisci.

In Italia lo porta una felice intuizione dell’Atalanta, che lo aggrega al suo florido vivaio. In prestito gli fa girare lo Stivale: Pisa, Bologna, Novara. Gioca sempre, anche nella casa base in riva all’Orio, anche se nell’anno che avrebbe dovuto lanciarlo definitivamente con la Dea una pubalgia lo trattiene, mentre a maggio il compagno Livaja in allenamento gli spacca la faccia in un contrasto.

Nel 2013 il Chievo se lo aggiudica per appena un milione e mezza, e all’ombra del balcone di Giulietta scoppia il grande amore, cinque stagioni consecutive coi Clivensi in massima categoria, altrettante retrocessioni evitate con suo piglio di lotta e di governo, prima della crisi del sesto anno, che lo vede passare al Grifone come pezzo pregiato, una cessione per fare cassa e avviare la ricostruzione.

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Il suo impatto in rossoblù non è dei migliori, ma alla fine si rivela utilissimo per la conquista di altre due salvezze, e fondamentale per la terza che sembra destinata ad arrivare quest’anno, dopo il caldo autunno. «Ci vorrebbero 11 Radovanovic. È l’anima del Genoa in partita e in allenamento», dice Andreazzoli, nel corso delle 8 partite sulla panchina del Vecchio Balordo. A Maran, ma ai tempi del Chievo, prima dell’unica partita che aveva dovuto fare da stopper prima della re-invenzione Ballardiniana, aveva detto che «per questa maglia giocherei pure in porta», e ora ha dimostrato il medesimo spirito di dedizione per il club più antico d’Italia.

Nel frattempo ne ha dovute passare, oltre che di palloni, ancora tante: a febbraio 2020 la rottura del crociato, sembrava potesse essere la fine della sua carriera; questo settembre il Covid, terzo contagiato dopo Perin e Schöne. «È peggio della guerra, dalle bombe potevi nasconderti, qui il nemico è invisibile», dichiarò. Sapeva bene cosa stava confrontando. «Altro che normale influenza, io sono un atleta ma mi sono trovato a pezzi».

Ancora una volta però è andato avanti. Quando sei uno tosto, non ti buttano giù nemmeno le bombe. Per lui ormai richiamano il concetto della vita che esplode, e non che viene distrutta. La vita è una bomba e Radovanovic è abituato a esplodere, prima come mediano, poi come difensore. A breve forse anche come allenatore, ma non a brevissimo. Non ha ancora avviato il timer per la carriera successiva: deve ancora disinnescare tanti centravanti Passoni di turno.

Federico Burlando

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