Il punto contro l’Udinese conta come una vittoria, ma il Genoa ha l’attacco spuntato

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L’unico verdetto in controtendenza è maturato allo stadio Tardini, proprio il teatro dell’anticipo di venerdì prossimo tra il Parma e il Grifone. Il successo a spese di un’arrendevole Roma ha risollevato i crociati verso la zona salvezza e iniettato entusiasmo in una formazione che attende i rossoblù per far loro la festa.

Peccato davvero, perché i risultati delle altre rivali maturati in questo weekend sono stati favorevolissimi, visto che Spezia, Benevento, Toro e Cagliari sono tutte rimaste all’asciutto, impreziosendo il pari del Genoa contro l’Udinese, che vale quasi quanto una vittoria. È passata un’altra giornata e il vantaggio sul gruppetto di pericolanti è addirittura cresciuto: bilancio dunque positivo a livello di classifica.

Se invece parliamo di prestazione offerta, qualche smorfia è legittima. Che parecchi rossoblù abbiano perso in parte lo smalto del primo mese ballardiniano è incontestabile, ma ci sta, è quasi fisiologico. Forse anche la spinta psicologica derivante dal cambio di guida tecnica è lievemente diminuita, e si tratta di un altro elemento prevedibile. Il problema di fondo però resta: se questo Genoa non gira nella sua completezza e non si esprime al massimo, la vittoria diventa un’utopia e le carenze sepolte sotto il tappeto riemergono nitidamente.

Una cospicua fetta di tifoseria genoana si era illusa che cambiando la guida tecnica e innestando Strootman si sarebbero risolti tutti i problemi. All’olandese dobbiamo riconoscere un contributo notevole in fatto di personalità, senso geometrico, robustezza ed anche tecnica pura e al mister romagnolo è obbligatorio attribuire i meriti di un gioco tatticamente più ordinato e produttivo, di una fase difensiva maggiormente inquadrata e di una ben più alta capacità di dominare il match, ma neppure lui possiede la bacchetta magica capace di accrescere il valore dell’organico a disposizione. Zio Balla sta cavando il sangue dalle rape, ma certe pecche sono endemiche e ineliminabili.

Nell’anticipo con l’Udinese, il Genoa ha interpretato alla lettera la mission identificata dal tecnico: nessuno sbilanciamento, massima prudenza nelle offensive, elevato grado di concentrazione. Tutte avvertenze indispensabili per non farsi battere dalla squadra che – assieme con l’Inter – è la più in forma del momento. La sensazione è che i rossoblù abbiano fatto il meglio che le loro qualità potevano consentire. Nessun trainer potrebbe regalare dinamismo a giocatori piuttosto statici, velocità ad elementi abbastanza lenti e macchinosi, forza muscolare e atletismo a individui non propriamente aitanti, tecnica pura a calciatori che con il pallone hanno relativa confidenza.

Ballardini ha conferito al collettivo una certa organizzazione: il massimo possibile. E quanto passa il convento, vale ripeterlo, dovrebbe valere una salvezza festeggiata con minore o maggiore anticipo, ma nulla di più. Una fase difensiva così funzionale garantisce una buona messe di pareggi, ma per le vittorie indispensabili da qui a fine maggio servirebbero un gioco più veloce e meno macchinoso e attaccanti più prolifici. Il Genoa, da parecchie settimane, si protegge in modo dignitoso – e infatti, se escludiamo lo scontato capitolo in casa della capolista, non va mai incontro a goleade al passivo – ma fatica enormemente a buttarla dentro e a rendersi pericoloso. Non sempre basta il pressing alto per spingere gli avversari a sbagliare e trarne profitto: le occasioni da rete vanno costruite anche con la difesa rivale schierata, sui calci fermi, in svariate altre circostanze. Già, ma se esaminiamo a fondo l’organico rossoblù, a parte gli spunti imperiosi di Zappacosta e qualche tocco di classe (nella mezz’ora di fiato accettabile) del sempiterno Pandev, quale altro giocatore sa costruire assist e conclusioni insidiose forzando il canonico, sterile titic-titoc? Domanda retorica, dalla risposta facile facile, purtroppo…

PIERLUIGI GAMBINO

 

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