Col Torino Grifo poco cinico, ma la difesa è ferrea

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Difficile confutare la tesi di Davide Ballardini secondo cui attorno al Genoa si stiano creando aspettative esagerate, come se un piazzamento europeo fosse lo scontato epilogo della risalita. Purtroppo, è storica la mancanza di equilibrio di una piazza, quella rossoblù, tendente a drammatizzare qualsiasi situazione critica e a volare con la fantasia appena si registra una serie di risultati confortanti.

Così, sull’onda della riscossa ballardiniana il pareggio in bianco nella Torino granata viene accolto con smorfie più che con sorrisi: quasi fosse scontato che, vista la classifica, i granata dovessero essere vittime sacrificali. Invece il Grifone si è comportato tatticamente e mentalmente come avrebbe dovuto. Si dirà: il gioco espresso è stato meno brillante rispetto alle precedenti partite. Giustissimo rilievo, che si presta però a parecchie considerazioni. La prima si lega all’assenza di Badelj, che dopo l’avvento di Strootman si è trasformato in collante tra difesa e centrocampo, nel baluardo insormontabile davanti a Perin e nel contempo nell’iniziatore di ogni manovra. Un ruolo nevralgico, che il baby Rovella, inferiore al compagno per personalità ed anche robustezza, ha interpretato in modo meno efficace. D’altronde, l’alternativa Behrami non garantiva autonomia atletica sufficiente.

Più della suddetta defezione, tuttavia, il Genoa ha patito la straordinaria fisicità dei granata, che l’hanno subito messa sulla battaglia, ripudiando le trame rasoterra per affidarsi a lanci lunghi e alti, adatti a sfruttare la superiorità di chili, muscoli e centimetri.  A ben vedere, i rossoblù avevano piegato Bologna, Cagliari e il Napoli privo di Koulibaly: tutte formazioni fisicamente carenti, che non soffocano l’avversario e non lo costringono a ricorrere a qualche fallo in più. Che, poi, l’arbitro Paqua, esibitosi allo stadio Grande Torino, sia stato scarsamente equanime (a danno degli ospiti) nella distribuzione dei cartellini è un altro paio di maniche.

Il Genoa ha avuto il merito di controllare da par suo l’impeto dei granata per due terzi di gara, per poi cercare il colpo grosso quando l’irruenza avversaria è scesa di tono. Negli ultimi minuti i piemontesi si sono limitati a sfuriate sporadiche, mentre i rossoblù hanno finalmente imposto il loro predominio qualitativo. Per centrare il successo sarebbero però serviti una briciola di fortuna in più (il palo timbrato da Zappacosta grida ancora vendetta) e, soprattutto, ben altro cinismo in zona gol. Purtroppo, nella trasferta torinese hanno latitato parecchio le punte. E se Destro ha cercato perlomeno di combattere, Pandev è miseramente naufragato, come previsto da chi considerava la pugna torinese inadatta a lui, e le altre due punte impiegate hanno combinato pochissimo: Eldor, evidentemente non ancora al meglio, ha girato a vuoto e Pjaca si è divorato colpevolmente un pallone facile facile, da indirizzare verso un angolino a scelta e non in bocca a Sirigu.

Nessun dramma, comunque: non sempre nel calcio il cinismo affiora. Basilare è invece che prosegua la tenuta difensiva davvero ferrea di una difesa impeccabile, che ha concesso a Belotti solo qualche giocata fine a sé stessa e chiuso ogni varco agli altri uomini di Nicola: tanto che Perin, a parte una conclusione telefonata in avvio di ripresa, l’ha fatta da spettatore. Inutile, forse ribadire, che qualsiasi piazzamento – dalla semplice salvezza allo scudetto – si conquista soprattutto in fase difensiva. Semmai, fa ancora rabbia pensare che senza quella svirgolata di Portanova che ha propiziato il gol pur platonico del Napoli, Perin starebbe viaggiando a cifre iperboliche di imbattibilità. Ma se questi sono i rimpianti più cocenti…

                              PIERLUIGI GAMBINO

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