Tante entusiasmanti rimonte nella storia di Samp-Fiorentina

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Domenica pomeriggio sarà di scena nello stadio a porte chiuse la Viola e sono cinque gli incroci del passato su cui mi voglio soffermare, quelli di un calcio che non c’è più, specialmente quello di fine anni sessanta ed inizio settanta, quel calcio in bianco e nero che tanto ci piaceva, con il rito della partita alla stessa ora della domenica prima insieme al papà od allo zio e successivamente con gli amici.

Il mio primo ricordo mi porta al 16 marzo 1969, la Samp di “Fuffo” Bernardini affrontava da ultima della classe la capolista toscana, guidata dalla panchina dal “Petisso”, al secolo Bruno Pesaola, un argentino nato per sbaglio a Buenos Aires e non a Napoli, poi naturalizzato italiano, con il suo cappotto cammello e l’immancabile sigaretta all’angolo della bocca. Quel pomeriggio la rete di Mario Frustalupi portò avanti il Doria, sulle gradinate dello stadio mi sembrava di assistere ad un miracolo, Pierone Battara, il nostro portiere, che parava tutto con “Tato” Sabadini, “Morgan” Morini e “Custer” Garbarini a ribattere tutti i tentativi dei viola, primi in classifica e fino a quel momento imbattuti lontano da casa, alla caccia di quel tricolore vinto nel 1956 proprio con Bernardini in panchina. La regia di De Sisti ed attaccanti come Amarildo, Chiarugi e Maraschi che non riuscivano a sfondare ed il nostro fortino che resisteva fino a una decina di minuti dalla fine, quando svettò la lunga capigliatura bionda del libero, Ugo Ferrante, che con una capocciata infilò Battara, con i tanti tifosi arrivati da Firenze che fecero esplodere la Nord, una piccola curva Fiesole in trasferta. Ugo Ferrante, scomparso a neppure sessant’anni per un brutto tumore alle tonsille, che di quella squadra era il baluardo difensivo insieme a Brizi e che per soli dieci minuti evitò il taglio dei suoi lunghi capelli, che mesi prima aveva detto avrebbe tagliato alla prima sconfitta oppure alla conquista del tricolore. Cosa che puntualmente avvenne un paio di mesi dopo, in diretta alla domenica sportiva condotta da Enzo Tortora, di ritorno dalla trasferta contro la Juventus che sancì il secondo scudetto della storia fiorentina.

La delusione per una vittoria sfumata si trasformò in gioia un anno e mezzo dopo, il 13 dicembre 1970 la Viola ancora guidata da Pesaola ma sotto la metà della classifica rendeva visita ad una Samp più tranquilla in graduatoria in quel momento, anche se poi a fine stagione entrambe si salvarono alla fatidica quota 25 per differenza reti ai danni del Foggia.

Dopo mezz’ora la partita sembrava già finita, le reti di Merlo, fine mezzala e Alessandro Vitali sembravano aver già indirizzato la partita; Vitali arrivato con grandi attese dal Lanerossi Vicenza, vice capocannoniere dietro Gigi Riva con 17 reti e poi perito tragicamente pochi anni dopo in un incidente stradale. Quel giorno esordì in maglia gigliata Giancarlo “Pappa” Galdiolo, un gigante buono che fu poi protagonista a fine carriera della promozione della Samp di Ulivieri nella massima serie e scomparso qualche anno fa per una terribile malattia cerebrale, accomunato in questa terribile sorte a tanti suoi compagni della Fiorentina di quegli anni settanta.

Un rigore di Luis Suarez a dieci minuti dalla fine e la sortita offensiva vincente al novantesimo di Marcello Lippi, libero dell’epoca, regalò un insperato pari ai blucerchiati ed abbiamo ancora negli occhi quella traiettoria partita dai piedi nel numero sei che s’infilò all’incrocio dei pali della porta sotto la Sud difesa da Superchi.

Qualche anno dopo, era l’aprile 1977, la Samp di Bersellini era a caccia ancora una volta della salvezza, la Fiorentina di Mazzone era poco sopra il centroclassifica ed i gol di Nello Saltutti, già attaccante dei toscani e poi idolo della folla doriana e di Titti Savoldi, fratello più giovane del famoso e celebrato fratello, “mister miliardo” Beppe, stavano regalando due punti fondamentali. Tra gli ospiti giocava un certo Giancarlo Antognoni, mezzala dalla qualità superiore rispetto a tutti gli altri, la Sud commise un errore iniziando a sbeffeggiarlo e fischiarlo ogni volta che entrava in possesso di palla: punto nell’orgoglio il numero dieci che giocava guardando le stelle prima regalò al carneade Crepaldi la palla per un facile gol e successivamente si mise in proprio per siglare un pareggio che fu una grave battuta d’arresto per la Samp, che nel maggio successivo retrocesse con le sconfitte di Bologna e quella casalinga contro la Juventus scudettata.

Una delle prestazioni di squadra più scintillanti che ricordiamo è quella dell’ottobre 1984, era la quinta giornata e Bersellini guidava una formazione ben diversa da quella di qualche stagione prima, Paolo Mantovani stava plasmando il gruppo che avrebbe regalato tante gioie a cominciare dal luglio successivo, con la vittoria della Coppa Italia. Giocava un calcio scintillante quella Samp, con i giovani più forti di quel periodo storico tenuti per mano da uno scozzese campione d’Europa, Greame Souness detto “Charlie champagne”: mitico quel pomeriggio il suo duello non solo verbale con l’argentino Passarella per difendere il compagno, il piccoletto Fausto Salsano, ci fu un assalto continuo alla porta di Giovanni Galli, portiere gigliato e migliore in campo, che rintuzzò le folate degli imprendibili Vialli e Mancini, di Galia e Mannini, che colpì un clamoroso palo, che imperversavano sulle fasce, con quel pallone tutto bianco che faceva tanto calcio all’inglese.

Ed era una Samp all’inglese quella, con Souness e Francis, e fu Renica, che “Berse” inventò libero al posto di Pellegrini, a sbloccarla con un sinistro prepotente sotto la Sud dopo l’ennesima prodezza di Galli su uno straordinario Mannini e Souness a chiuderla con una punizione delle sue appena deviata in barriera proprio da Passarella, per il trionfo della gradinata alle sue spalle.

Il 9 maggio 1999 un altro successo indimenticabile, la formazione di un giovane Luciano Spalletti rincorreva la salvezza a tre giornate dalla fine e riceveva la Fiorentina allenata da Trapattoni, nel sole che inondava Marassi il rigore di Rui Costa ed un’incornata di Heinrich, inframezzate dal temporaneo pari di Montella, facevano vedere il baratro della cadetteria ma ancora “l’aeroplanino” e quindi Checco Palmieri regalarono un successo d’oro a quella formazione, dove la qualità non mancava se pensiamo che ne facevano parte calciatori come Pecchia , Doriva ed Ortega ma la settimana successiva nella fatal Bologna una decisione completamente sbagliata di un certo Trentalange da Nichelino decretò la retrocessione più amara ed ingiusta della storia blucerchiata.

MARCO FERRERA    

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