La Samp continua a peccare in costanza, problema di ambizioni?

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La Samp di Benevento, così ondivaga e imperscrutabile, ha fatto venire la mosca al naso a mister Ranieri, forse mai così duro, nelle dichiarazioni post partita, con i suoi giocatori. “Se non hanno ambizione, cosa giocano a fare al calcio?” – ha sillabato il testaccino, indispettito dal comportamento dei suoi: ordinato ma privo di rabbia nel primo tempo, disastroso ad inizio ripresa e convincente soltanto nel quarto d’ora conclusivo.

Il tecnico non ha torto nel censurare l’atteggiamento dei suoi, ma quella mancanza di abnegazione sino al 75′ non dipende anche dal suo modo di preparare le partite? Vero che nel calcio conta esprimere carisma ben più che urlare, ma la calma eccessiva del mister a gara in corso potrebbe essere una concausa, al pari della quiete di un ambiente, quello blucerchiato in genere, che non sempre riesce a trasmettere una carica speciale ai propri beniamini.

Ribadito che per analizzare le cause della discontinuità doriana servirebbe forse più un o psicologo che un esperto di football, è indubbio che questa Samp non riesca a sollevarsi e ad approfittare pienamente del calo – quasi un crollo – che caratterizza il Verona e soprattutto il Sassuolo, avversarie dirette per l’ottava piazza. Vedremo nei prossimi match se almeno la perentoria risalita dei “cugini” rossoblù, giunti a sole tre lunghezze di distanza, scuoteranno Dorialand nella sua interezza dall’attuale torpore.

Anche nel Sannio la Sampdoria ha dato segni di vita solo dopo che Ranieri aveva fatto ampio ricorso ai panchinari. Così ci si chiede se il trainer abbia ancora una volta sbagliato formazione o se sia un genio nel raddrizzare le partite con qualche mossa speciale. Il trainer forse è in confusione, ma non lo aiuta neppure questa palese incostanza reiterata dai suoi atleti, i quali raramente azzeccano due gare di fila e così facendo alimentano il paradosso di una tifoseria che critica sempre, a posteriori, le scelte iniziali del mister indicando nei migliori di giornata gli elementi indispensabili per poi rinnegare il giudizio una o due settimane dopo, in presenza di prestazioni incolori.

E se in retroguardia le uniche, neppur troppo accese, discussioni riguardano l’impiego di Tonelli, al quale Ranieri rinuncia di contraggenio, e se a centrocampo si commenta con accenti non sempre identici il ballottaggio Ekdal-Silva, sulle fasce e in avanti il dibattito è infuocato. C’è chi non rinuncerebbe mai a Candreva e chi lo pensionerebbe, chi punterebbe ad occhi chiusi su Damsgaard (determinante, per inciso, al Vigorito con la giocata valsa il pareggio di Keita) e chi preferirebbe centellinarlo, considerata l’età verdissima. E non manca chi schiererebbe entrambi a spese di Jankto.

Ma è in avanti che la discussione s’infiamma. I fervidi estimatori di Quagliarella non si arrendono alla dura legge dell’anagrafe, ma le sue prestazioni risultano sempre più scolorite ed anonime, come titolare e come subentrante. Torregrossa, eroe contro l’Udinese e spinto in campo a Benevento anche da dall’umore popolare, è già stato affrettatamente bocciato: o meglio, considerato un giocatore da bassissima serie A. Intanto, crescono i sostenitori del partito di Ramirez, per non parlare dei nostalgici di Gabbiadini, di cui invocano una rapida guarigione anche coloro che dopo un paio di prove sottotraccia lo aveva impallinato.

L’unica certezza è che questa Samp così balzana fa parlare e tacere. Di sicuro la sua caratura tecnica autorizzerebbe recite meno incolori e risultati più lusinghieri quando l’avversario di turno non è trascendentale. Troppe volte i blucerchiati hanno fallito – totalmente o in parte – appuntamenti sulla carta agevoli: e quello di domenica scorsa rientra nel novero. La scarsa cattiveria in zona gol e il pessimo avvio di ripresa non sono certamente dipesi dalla forza dei giallorossi. Se, poi, la Samp ha inscenato un serrate approdato al pari e degno di ancora miglior causa, la pianticella del rimpianto non solo germoglia ma produce frutti rigogliosi. Quando si trascina per mesi, l’incostanza del rendimento non è più un fatto contingente ma un preciso difetto: provare ad eliminarlo o almeno a ricercarne le cause è come immergersi in una selva oscura.

PIERLUIGI GAMBINO

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