Stanley Matthews, the Wizard of Dribble, ma anche l’uomo nero dalla faccia bianca

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Ci sono calciatori che lasciano impronte indelebili nella storia del gioco più bello del mondo ed in una “hall of fame” un posto sul podio spetta di diritto a Stanley Matthews, nato il primo giorno di febbraio del 1915 a Stoke on Trent, nell’Inghilterra del Nord, quella grigia ed operaia, figlio di un barbiere , che nella sua incredibile carriera, terminata nel 1965 dopo aver compiuto il mezzo secolo d’età, giocò solo in due squadre, quella della sua città e nel Blackpool, oltre che in nazionale, rinunciando a lauti ingaggi per restare fedele ai suoi colori vincendo solo una FA cup nella memorabile partita del 1953, quando con la maglia del Blackpool, sotto per 1-3 a venticinque minuti dalla fine contro il Bolton, a trentotto anni, disputò un finale di partita strepitoso e con tre assist vincenti permise ai suoi di aggiudicarsi la manifestazione.

Era un’ala classica, tecnico, veloce ed imprevedibile, un autentico mago del dribbling, chiamato “the magician” oppure “the wizard of dribble” (mago del dribbling), vincitore del primo pallone d’oro della storia, premio istituito da France football, all’età di 41 anni, davanti a Di Stefano ed al francese Kopa; memorabile in quell’anno una partita contro il Brasile, vinta per 4-2, in cui ridicolizzò Djalma Santos, il più forte terzino che il calcio mondiale esprimeva in quel periodo.

Il segreto di tale longevità fu una dieta vegetariana e l’assoluta astinenza dall’alcool, giocò nella massima serie dal 1932 al 1965, perdendo sei anni di professionismo durante la seconda guerra mondiale, arruolato nella Royal Air Force e giocando l’ultima partita il 6 febbraio 1965 contro il Fulham, cinque giorni dopo il compimento dei cinquant’anni.

C’è un aneddoto significativo della sua esperienza , in una partita della nazionale nel dopoguerra c’erano in campo anche Mortensen e Finney, protagonisti in una vittoria dei “ tre leoni” a Torino contro l’Italia: Matthews va sul fondo e crossa per la testa di Mortensen che segna e poi fa il gesto al compagno con il pollice in alto; poco dopo un’azione simile e questa volta l’assist è di Finney con l’attaccante che infila nuovamente con un’incornata ma questa volta non arriva il ringraziamento al compagno, a fine partita gli chiedono il perché e Mortensen risponde “perché Stanley ha crossato con la palla che mi è arrivata sulla testa con le cuciture del cuoio dall’altra parte rispetto alla mia fronte…”.

Durante la carriera ogni estate si recava in Africa per allenare ragazzi del posto senza mezzi economici, insegnando loro la tecnica calcistica, una volta appese le scarpette al chiodo, con il continente nero che gli era rimasto nel cuore ( ed infatti lo ribattezzarono “l’uomo nero con la faccia bianca”) nel 1975 andò  in Sudafrica e scoprì la terribile realtà di Soweto, l’enorme sobborgo di Johannesburg cresciuto intorno alle miniere d’oro e trasformato in un ghetto in una città dominata dal venti per cento dei bianchi ed in cui Nelson Mandela era da tempo in carcere per la sua opposizione alla segregazione razziale.

L’inglese incominciò ad allenare una squadra di ragazzi, “the Stan’s men”, pagando di tasca propria per le attrezzature ed organizzando partite, chiese ai suoi allievi quale fosse il loro sogno sportivo ed alla risposta “il nostro idolo è Pelé” non se lo fece ripetere due volte e portò la sua squadra in tournée a Rio de Janeiro, dove i suoi atleti incontrarono Zico, uno degli idoli di quell’epoca.

Rivoluzionò il ruolo dell’ala, proprio Pelé lo celebrò dichiarando che aveva insegnato il gioco del calcio ad intere generazioni di calciatori, lui compreso e a settant’anni, nel 1985, scese ancora in campo per un’amichevole tra ex calciatori inglesi e brasiliani; morì nel febbraio 2000, lasciando a tutti il ricordo di uno dei più talentuosi calciatori della storia e del più longevo ma soprattutto lo spessore e la dirittura morale di un uomo davvero speciale.

                                                MARCO FERRERA   

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