Samp troppo sperimentale con la Juve, Ranieri mostra qualche incertezza di troppo

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Verissimo che la Samp non aveva e non ha l’acqua alla gola e può permettersi di affrontare qualsiasi partita senza l’assillo della classifica, ma non bisogna esagerare né con i rilassamenti né con gli esperimenti. Ci stava di perdere al cospetto della Juventus, ma non in questo modo: stravolgendo in modo incomprensibile l’assetto tattico abituale. A che pro schierare quell’inedito e ardito 3-5-2 con Ekdal arretrato sulla linea dei difensori? La squadra ha perso le precedenti certezze e si è avventurata in una strada tattica perdente. Proprio nella zona centrale dello schieramento, dove operava lo svedese, la squadra blucerchiata ha patito parecchio, soprattutto in fase di uscita, e la dinamica dell’azione che ha condotto al vantaggio bianconero chiama in causa proprio quest’assurdo tattico.

Ranieri è poi stato bravo, verso l’ora di gioco, a cambiare i connotati alla propria formazione tornando ad una formula più collaudata e meno stravagante, e non è un caso che la Samp abbia impresso un’altra marcia all’incontro, spingendo Madama nella propria area. Che il forcing doriano – dopo i due tentativi insidiosi di Quagliarella prima dei cambi in formazione – non sia approdato a situazioni particolarmente favorevoli non dipende da una questione tattica ma dall’annosa difficoltà tutta blucerchiata a trovare la via del gol.

È incontestabile che la prima linea doriana stia girando in folle. Spesso sono stati i difensori e i centrocampisti a togliere le castagne dal fuoco con inserimenti efficaci, ma non sempre i due settori meno avanzati possono appoggiare la fase terminale. Ad esempio domenica scorsa, la retroguardia doriana ha dovuto badare principalmente alla copertura: altro che frequenti fluidificazioni.

Quagliarella ha spento domenica 38 candeline e riesce sempre più raramente a fare la differenza, mentre Keita lascia a desiderare in fatto di continuità: è raro che imbrocchi due partite di fila. Da rivedere tra qualche settimana Torregrossa, non ancora inserito appieno nei meccanismi doriani: quella con la Juve non era certo la gara adatta alle sue caratteristiche. Nel ventaglio di proposte rientra anche Ramirez, il quale, pur tornato a sintonizzarsi con l’ambiente, non è una punta autentica. In attesa che torni Gabbiadini – neppure lui, comunque, un prodigio di costanza – Ranieri ha deciso di alternare gli uomini a disposizione, anche sfruttando la verve giovanile di Verre e di Damsgaard, non proprio degli sfondatori, ma nessuna delle soluzioni provate ha offerto garanzie assolute.

Certo, questo continuo turnover suscita diffuse perplessità e contribuisce ad alimentare lo scetticismo generale nei confronti di un tecnico che l’anno scorso è stato il principale artefice di una clamorosa rimonta salvezza, ma adesso – dovendo anche impostare un gioco più propositivo – accusa qualche battuta a vuoto. In soldoni, le sue scelte – di formazione, di tempistica nei cambi, persino di assetto – non convincono granché e opacizzano la sua immagine di allenatore senza macchia. Senza ignorare che da un mister così esperto si dovrebbe pretendere un contributo psicologico ben più sostanzioso a livello di carica agonistica. Guai se la Sampdoria, da qui a maggio, con ancora mezzo campionato da affrontare, dovesse limitarsi a traccheggiare senza porsi un preciso obiettivo di graduatoria.

PIERLUIGI GAMBINO

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