Il Gol non è mai in ritardo

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Il mondo dello sport, quello del calcio in particolare, ha un linguaggio tutto suo, che in un secolo e mezzo di storia ha creato detti, motti e proverbi da far impallidire le antiche saggezze militari e contadine.
Uno degli assunti che ho sempre sentito ricordare è che “chi è capace di fare gol, li fa in qualsiasi categoria”.
Che poi – oh! – non è così vero. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Daniele Cacia, per me un talento cristallino, che però non è mai riuscito – qualcuno dice per un caratterino niente male – a cogliere l’occasione per sfondare in serie A. O, riavvolgendo ancora di più il nastro, quello di Giacomo Libera, attaccante mancino proveniente dal Varese, centro di una contorta querelle di mercato tra le milanesi, mai esploso in nerazzurro nonostante fosse vaticinato come “erede di Gigi Riva”.


A questo penso, mentre guardo e riguardo con l’occhio dell’esteta ma anche con il sorriso del tifoso i momenti salienti di Sampdoria – Udinese.
Non vorrei essere ripetitivo, ma penso davvero che un migliore esordio in blucerchiato non potesse esserci per Ernesto Torregrossa, ventottenne siciliano di San Cataldo. Uno che ha assaggiato la serie A poco più di un anno fa, dopo un percorso che lo ha portato in lungo e in largo per la Penisola. A caldo si commenta l’episodio. A freddo, qualche giorno dopo, si cercano i parallelismi con vicende del passato, che parlino di ragazzi del mondo pallonaro innamorati del gol e capaci di servire il pero al portiere della Battipagliese come a quello dell’Inter, possibilmente in età matura.

Ecco quindi ritrovare nei cassetti della memoria le storie di tanti bomber, spesso del Sud, e comunque delle periferie del calcio, capaci di segnare ovunque, con il cuore e talvolta oltre i limiti tecnici.
Mi piace parlare di Vito Chimenti, barese di una dinastia di calciatori.  Il fratello maggiore Francesco fu colonna della Sambenedettese a lungo in cadetteria a sciorinare grande spettacolo; il nipote Antonio, figlio di Francesco, fu portiere alla Juventus, legato in qualche modo anche alla Sampdoria. Subì un gol da Cassano, quasi da metà campo, e fu poi allenatore dei portieri blucerchiati.
Vito, dopo un paio di stagioni a Palermo in doppia cifra e con una rete dopo un solo minuto nella finale di Coppa Italia (poi persa) contro la Juventus, fu chiamato in A dal Catanzaro, che cercava una prima punta di peso da affiancare al sinistro delicato di Massimo Palanca.
Non andò bene, per l’inventore della “bicicletta”, un modo tutto suo per alzare e portare avanti il pallone.

L’anno successivo fu alla Pistoiese, nell’unica esperienza dei toscani in massima divisione. Gli arancioni non si coprirono certo di gloria, in campo e fuori (sfiora il mitologico il racconto sull’arrivo di Luis Silvio Danuello, ala brasiliana proveniente dal Ponte Preta), ma Vito invece si rese protagonista di un bel campionato, mettendo a segno nove reti, che nel calcio italiano dell’epoca – che nostalgia! – erano moneta sonante. Ancora un anno ad Avellino, a fare coppia con Juary, e poi il ritorno nelle serie inferiori, a Taranto, dove terminò la carriera con una squalifica per una combine con il Padova rimasta abbastanza sottotraccia.
Decisamente più fortunata la carriera di Dario Hubner, proveniente – ce lo spiega già il cognome – da quella Trieste mitteleuropea, crogiuolo di razze e di culture, anche calcistiche, oltre trecento reti in carriera, distribuite tra A, B, C e serie minori.
È uno dei due attaccanti, insieme ad Igor Protti, capaci di vincere il titolo di capocannoniere nelle tre serie principali (Fano in C1, Cesena in B, Piacenza in A).
Approda trentenne nella massima serie, ma dimostra da subito di conoscere approfonditamente la strada del gol, e non rileva che dall’altra parte ci siano i bulloni di Cannavaro o quelli di un dilettante.
Giocherà, segnando a grappoli, fino a quarantaquattro anni.

Ancora più irrituale il percorso di Christian Riganò, che fino a venticinque anni fa il muratore a Lipari, isola di cui è originario, e sceglie il calcio solo quando è sicuro di non rimetterci economicamente, e con il paracadute del ritorno al ponteggio qualora non fosse andata.
Sarebbe andata: capocannoniere in C1 con il Taranto, nell’estate del 2002 scende in C2 alla Florentia Viola di Della Valle, dove segna trenta reti in trentadue partite.
Trafigge ventitré difese avversarie anche in serie B, e diventa capitano della bentornata Fiorentina. Ormai oltre la trentina esordisce in serie A, e pur segnato da qualche infortunio di troppo timbra anche nella massima serie, e rientrato praticamente a casa, al Messina, ne segna diciannove, miglior bomber di sempre in A della squadra dello Stretto.
Un po’ di Liga, un po’ di serie minori, sempre con il gol nel sangue.

La storia più fresca e ancora attuale è quella di Francesco “Ciccio” Caputo, punta centrale del Sassuolo rivelazione.
Dalla sua Altamura, per provare a essere protagonista, si sposta nel capoluogo, Bari. Contribuisce alla promozione in serie A sotto la guida di un altro pugliese celebre, Antonio Conte, in panchina. Gli anni successivi, però, non gli regalano quegli spazi che sembrerebbero alla sua portata, complice anche una lunga squalifica per una storia di scommesse.

Riparte con umiltà dalle nostre parti, a Chiavari, e lo fa a suon di gol. Nell’estate 2017 lo cerca l’Empoli, che vuole tornare immediatamente nella massima serie dopo una retrocessione inattesa. E Ciccio risponde presente: capocannoniere in cadetteria e conferma a suon di reti in A, che gli dischiudono, a trentatré anni, le porte del ricco Sassuolo e della Nazionale, dove raggiunge due record: uno relativo – è il secondo giocatore più anziano a debuttare in azzurro (davanti a lui Emiliano Moretti) – e uno assoluto, è il più anziano a debuttare segnando. E gli Europei non sono una chimera, ma un obiettivo.
Storie di bomber che ci hanno messo un po’, ma sono arrivati. Forza Ernesto, dal sinistro educato e dallo stacco imperioso: la serie A ti vuole con sé, e alla Sampdoria serviva proprio – dopo, negli anni, Re, Pedone, Regini – anche una Torre. Grossa.

                                             Giuseppe Viscardi

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