Samp in chiaroscuro tutto il 2020, ha pagato troppo gli errori dei singoli col Sassuolo

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L’ennesimo viaggio sull’ascensore, stavolta verso il basso. La Samp, regina dell’incostanza, è nuovamente tornata nella colonna a sinistra della classifica, complice l’impresa del Benevento a Udine. Sia chiaro, decimo o undicesimo posto non cambiano il quadro, che era e resta del tutto tranquillizzante, anche se il rovescio casalingo col Sassuolo un briciolo di sconcerto l’ha creato.

Il bello è che i blucerchiati, nell’espressione del collettivo, non hanno neppure demeritato. Il ko è scaturito più che altro da errori individuali dei difensori, il primo dei quali – autore Tonelli – ha subito trasformato il match in un’affannosa scalata. Al raddoppio neroverde hanno partecipato un incerto Augello ed uno sfortunato Colley, mentre il tirs ospite ha chiamato ancora in causa il mancino ex spezzino. Tre reti tutte evitabilissime, tre cadeaux natalizi che hanno almeno in parte rovinato le feste al popolo doriano.

Il centrocampo ha funzionato, almeno pareggiando la contesa con i pari settori sassolesi, reputatissimi e sin troppo strombazzati: un’ispirazione che ha mantenuto elevata la qualità del gioco e reso spettacolare la contesa. Alle punte non sono mancati complessivamente i rifornimenti, ma l’uso degli stessi non è stato sempre esaltante. Nel primo tempo la Samp ha sparato a salve pagando la scarsissima vena di Ramirez, sempre meno inserito nel contesto della squadra e nel progetto tecnico, ma anche le eccessive pause di Quagliarella, che pareva tornato ai livelli infimi di parecchie sfide precedenti. Nella ripresa, però, il capitano ha avuto più di uno scatto d’orgoglio, firmando il pareggio e impegnando severamente il portiere Consigli, ma troppi suoi compagni non si sono riscattati: in primis l’uruguagio, ma anche Damsgaard, incorso in una serata dispari, e lo stesso Jankto, poi uscito per infortunio.

Come spesso gli accade, Ranieri ha ritardato le sostituzioni: è un po’ il suo marchio di fabbrica, che in parecchie partite ha condizionato il risultato finale. Quando in panca si dispone di rimpiazzi valorosi come Verre, Candreva e soprattutto Keita, non si può attendere l’ultimo quarto d’ora per porre mano alla panchina. I tre hanno rapidamente cambiato il corso del match e soprattutto il senegalese ha mostrato scampoli di classe pura ed una voglia insopprimibile di cancellare questi ultimi mesi di sofferenze. Splendido il suo gol, purtroppo seguito da un cartellino rosso parso assolutamente esagerato soprattutto se paragonato al fallaccio precedente di Chiriches su Ramirez, punito solo con l’ammonizione. Per sovrammercato, ecco un sospetto di penalty per fallo su Keita in piena area. Ovvio che a fine gara il presidente Ferrero, un vulcano, si scagliasse verbalmente verso l’immaturo arbitro Ayroldi, figlio e nipote d’arte.

Pur con amarezza, va in archivio un 2020 in chiaroscuro ed ora tocca ai dirigenti ovviare a certe lacune emerse chiaramente durante questi tre mesi di campionato. Serve in primis un terzino, preferibilmente ambidestro, da porre in alternativa a Beres (ora in infermeria) e ad Augello, che non sempre hanno garantito un rendimento elevato. Non meno urgente la ricerca di una punta d’area che in certi frangenti tenga alta la squadra e possa rimediare alle sempre più frequenti latitanze di Quagliarella. Vero che Keita si sta confermando un sontuoso uomo gol, ma si tratta di un attaccante esterno e non di uno sfondatore.

L’organico attuale, comunque, è garanzia assoluta di un campionato mondo da patemi, a cavallo tra le due colonne della graduatoria. Meglio di niente, considerata la crisi del nostro calcio.

PIERLUIGI GAMBINO

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