Genoa troppo passivo, mancano idee e qualità

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Si dirà: non sono le gare contro la Juventus quelle più adatte per raccattare i punti salvezza. Vero, ma c’è modo e modo di giocarsela: perdere si può se ci si dimostra vivi, pimpanti, in partita, capaci di arrecare gli avversari qualche preoccupazione ai rivali. Il Genoa ha avuto l’unico merito di trovare il pari nel solo tentativo compiuto verso la porta bianconera e per il resto ha beccato botte da un avversario privo del colpo da ko ma continuo nel colpire ai fianchi. Inevitabile che, a furia di battere, Madama trovasse gli spunti vincenti dopo aver fiaccato un Grifone capace solo di opporre una resistenza passiva.

Sino al primo gol bianconero, i rossoblù non sono mai usciti dal bunker. Ogni qualvolta recuperavano palla, la perdevano dopo il primo passaggio sia per ragioni tecniche (assoluta imprecisione), sia per l’atteggiamento tattico, proteso a non abbandonare mai il fortino per distendersi in avanti e allargare o allungare il gioco. Nella metà campo juventina si poteva tranquillamente piantare qualche seme: ci sarebbe stato tempo di raccogliere i primi frutti.

Trovato il pareggio, ecco sopraggiungere la stanchezza in quei giocatori come il 19enne Rovella che sino ad allora avevano tirato la carretta. Ingenua la sua entrata ai danni di Cuadrado, ma perché toglierlo dal centro del campo, dove (a parte la fatal distrazione costata lo 0-1) si era comportato egregiamente per spedirlo sulla fascia, palesemente fuori ruolo? Mossa assai discutibile al pari dell’uscita di un guerriero come Scamacca invece che di Pjaca, spettatore pagato del match.

Non è negli episodi decisivi, tuttavia, che va inquadrata la prestazione del Genoa. Anche agli occhi del tifoso più ottimista sarà balzata l’allarmante pochezza di una squadra priva di qualità, di freschezza, di atletismo e assolutamente inabile a costruire qualsiasi cosa di calcisticamente apprezzabile. Nel football esistono due fasi, e non è possibile affidarsi esclusivamente a quella difensiva, tra l’altro efficace solo quando tutti e dieci i giocatori di movimento sono raccolti in un fazzoletto nei pressi del portiere.

Di sicuro Maran ci sta mettendo del suo. Ha mille scusanti, ma il tempo passa e la sua impronta nel gioco non si intravvede neppure lontanamente e le frasi – sibilline ma non troppo – del vicecapitano Sturaro a fine match accrescono lo scompiglio. Quali i destinatari dei suoi sottili strali? Qualche compagno non precisamente sintonizzato a livello caratteriale o lo stesso mister? Se dalle prossime gare col Milan a Marassi e a Benevento non dovessero sortire risultati, sarebbe obbligatorio un cambio della guardia, ma senza attendersi miracoli dal nuovo responsabile.

È l’intero organico a mancare di sostanza: basta esaminare uno per uno i singoli atleti, molti dei quali inidonei alla massima categoria oppure frenati da freschi o annosi infortuni e da una carriera ormai prossima al capolinea. È un malessere vecchio di un lustro, nel quale la società ha sempre privilegiato la quantità (pletorico il numero dei calciatori a libro paga) alla qualità. E i risultati si vedono chiaramente.

Quali salvagente si scorgono? Si proverà con un nuovo allenatore e con i recuperi di Zappacosta, Melegoni e Cassata, sperando che tutto ciò basti. A gennaio servirebbe l’ennesima rivoluzione. Già, ma con quali risorse?

PIERLUIGI GAMBINO

 

 

 

 

 

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