Pablito Rossi, anzi Paolino: favola italiana, eroe del Sarria

Stamattina anche i tasti della tastiera del pc mi sembrano più grigi del solito e miei occhi si sono riempiti di lacrime, ci lascia uno dei ragazzi del Mundial 82, Paolorossi tutta una parola, il grande Pablito, che con la sua maglia numero venti ci issò sul tetto del mondo, con sei reti tra Brasile, Polonia e Germania, questo scricciolo nato a Prato nel 1956, un’icona di quegli anni fantastici. Le notti magiche cantate dalla Nannini e da Bennato sarebbero arrivate solo otto anni dopo ma quelle originali ed irripetibili furono quelle, incarnate da un ragazzo con la maglia numero venti, dal suo sorriso genuino e solare, che si fece beffe in quel caldissimo pomeriggio del Sarrià dei giganti in maglia verde-oro e la sua stella esplose con una tripletta, e noi usciti di corsa dal lavoro per vedere quella sfida e nella sala rovente davanti al teleschermo ad esultare come allo stadio e a tremare su quella palla inchiodata da Zoff sulla linea all’ultimo respiro, difeso da Bearzot contro tutto e tutti dopo un inizio di Mundial in cui in molti volevano la sua esclusione. E poi la doppietta ai polacchi in semifinale parve una formalità per poi dare il via al crescendo rossiniano contro i tedeschi, con quel tuffo di testa indimenticabile a precedere compagni ed avversari, a far vedere la polvere a Schumacher, portiere avversario, prima dell’urlo di “Schizzo” e del sigillo di “Spillo”, con il presidente Pertini sulle tribune del Bernabeu a roteare la sua pipa , un tricolore unico nel monumentale catino, con gli striscioni di Genoa e Samp a sventolare insieme dietro la porta di Zoff, per il trionfo più indimenticabile del calcio italiano.

Fu Osvaldo Bagnoli ad intuire le doti di questo gracile attaccante, in prestito dalla Juve a metà degli anni settanta, giocava all’ala ed il mago della Bovisa lo trasformò in centravanti e la sua favola decollò nel Vicenza di G.B. Fabbri, capocannoniere con 24 reti e personalmente lo ricordiamo in quel pomeriggio freddissimo che chiudeva il 1977, era il giorno di San Silvestro, in cui fece ammattire Berni, stopper genoano e la filastrocca di quella splendida squadra con le strisce biancorosse e la erre stilizzata sul cuore recitava Cerilli, Salvi, Rossi, Faloppa, Filippi…

E poi il presidente Farina che lo strappa alle buste allo strapotere bianconero, il mondiale argentino dove giovanissimo Bearzot lo butta nella mischia insieme a Cabrini e mettiamo le basi per la vittoria di quattro anni dopo, i problemi alle ginocchia, lo scandalo delle scommesse, in cui viene coinvolto…

Addio Pablito anzi Paolino, all’italiana, quando si andava all’estero e si diceva da dove si arrivava il tuo nome così comune e così nostrano lo conoscevano davvero tutti , se ne va un altro dei nostri eroi sportivi , uno dei simboli di quegli anni favolosi, uno che, come Mennea nello sprint, ci ha insegnato che le favole sportive esistono e non moriranno mai e che quell’immagine con le braccia al cielo, con la maglia azzurra numero venti nell’afa del Sarria, resterà scolpita per sempre al pari di quelle di Pietro su quella pista di Mosca nel 1980.

MARCO FERRERA                        

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