“U l’a segnou u Maraschi”: il ricordo oltre la rovesciata

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La prima cosa che mi viene in mente di Mario Maraschi, vecchio bucaniere delle aree di rigore del calcio anni 60-70, è un’esultanza che non vidi perché per la prima ed unica volta nella vita lasciai lo stadio prima che l’arbitro fischiasse la fine. Era il novantesimo di un derby dei poveri, giocato il 17 marzo 1974, tra la Samp ultima ed il Genoa penultimo, i rossoblù erano rimasti in dieci per l’espulsione di Sidio Corradi, dopo uno scontro di gioco con Enrico Nicolini, genovese di Quezzi e sampdoriano, all’esordio in serie A. Dieci minuti prima Cacciatori era uscito a vuoto consentendo a Derlin di infilarlo per il vantaggio genoano, tre quarti di stadio faceva festa e sventolava le bandiere, appesantite dalla pioggia battente, ed aspettava il triplice fischio di Motta di Monza, l’arbitro della partita. Dalla destra Prini mette in mezzo la palla della disperazione, all’altezza del dischetto Maraschi controlla con il petto, ha le spalle alla porta e cava fuori dal suo cilindro di bomber navigato la rovesciata, “em bycicleta” come diceva Gianni Brera, ed il cuoio bagnato prende velocità sull’erba, rimbalza nell’area piccola e si infila nell’angolino alla sinistra di “Bibi” Spalazzi, portiere rossoblù, Mario corre a braccia alzate verso la Sud impazzita, inseguito dai compagni. Il boato della gradinata ci riportò come tirati da un elastico nel parterre, dove tutti si abbracciavano… “U l’a segnou u Maraschi!” urlava un vecchio tifoso pazzo di gioia e quel momento di gioia collettiva resterà incancellabile nella nostra memoria.

Mario Maraschi, lodigiano classe 1939, campione d’Italia con la Fiorentina di Chiappella nel 1969, che in coppia con Luciano Chiarugi fece mirabilie in riva all’Arno, arrivò alla Samp nel 1973 come bomber di scorta dei pagati e quotati Prunecchi e Magistrelli ma alla fine fu lui a segnare le reti fondamentali per la salvezza e a conquistare a furor di gol e di popolo la maglia da titolare, quella con il numero nove, come quella volta in cui nello stesso anno di grazia 1974, era febbraio e sempre sotto la Sud infilò di testa Felice Pulici, portiere della Lazio imbattuta e prima in classifica, che a fine stagione avrebbe vinto il titolo.

Mario Maraschi con la maglia della Lane Rossi Vicenza

E l’ultima immagine di Maraschi ci porta a Bergamo, in una freddissima giornata di febbraio, con la pioggia ghiacciata del “Brumana” che arrivava dai monti sopra la città, l’avversario era il Milan ma si giocava in campo neutro, Marassi era stato squalificato per tre turni dopo l’invasione di campo contro l’Inter, quando Ciacci annullò a Rossinelli la rete del 2-2 al novantesimo. In quel pomeriggio grigio nel Milan giocavano antichi idoli blucerchiati, come “Tato” Sabadini e Romeo Benetti ed un gol di Chiarugi, ex compagno d’attacco di Maraschi in viola e che poi approdò due stagioni dopo alla Samp in serie B, decise la partita a favore degli uomini guidati dalla panchina da un giovane mister emergente, Giovanni Trapattoni. Maraschi dovette abbandonare il campo per un grave incidente, sorretto a braccia verso gli spogliatoi dai compagni e dal professor Chiappuzzo, lo rivediamo come non fossero passati quasi 45 anni salutare i tifosi all’imbocco delle scalette, con la maglia bianca infangata e la croce di San Giorgio sul petto, ma quella fu la sua ultima partita con la Samp, la diagnosi fu impietosa: rottura del tendine d’Achille.

Mario Maraschi in età avanzata

A fine carriera si stabilì a Vicenza , città nella quale aveva giocato nel suo lungo peregrinare ed in cui aveva conosciuto la futura moglie, se ne va uno delle icone sportive della nostra gioventù calcistica , poco più di un anno dopo Cristin, altro bomber di quella Samp operaia ma tanto genuina e quella rovesciata del derby che di fatto salvò la Samp a fine stagione a danno dei cugini resterà per sempre scolpita nella storia della società blucerchiata.

MARCO FERRERA

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