114 anni di tragedia e gloria per il Torino

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Era il 3 dicembre 1906 e nella birreria Voigt l’imprenditore svizzero Dick insieme ad altri amici fondò il Torino, fu scelta la maglia granata, chi dice per omaggiare il club elvetico del Servette, chi in onore di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, con il granata che era il colore della Brigata Savoia. Una storia gloriosa quella della società piemontese, con il primo scudetto conquistato nel campionato 1927-28, l’anno successivo all’inaugurazione del mitico terreno di gioco del Filadelfia, con la coppia Baloncieri e Libonatti a trascinare la squadra alle prime importanti vittorie.

Dici Torino e la mente corre subito alla collina di Superga, quando in una serata di pioggia torrenziale e nebbia quella straordinaria squadra, con capitan Valentino Mazzola, Loik, Gabetto, Grezar, Ossola, Maroso e tutti i compagni e i giornalisti al seguito si schiantò in volo sotto la basilica e perì tragicamente, entrando nella leggenda del calcio non solo nostrano ma mondiale, quella squadra capace di vincere cinque scudetti consecutivi e che per noi, nati alla fine degli anni cinquanta, rimane indelebilmente impressa nei nostri ricordi di bambini appassionati del gioco più bello del mondo, con le storie raccontate dai nostri padri, con i funerali che due giorni dopo videro una immensa partecipazione popolare, con mezzo milione di persone a piangere il passaggio dei carri funebri in quelle immagini in bianconero riproposte dai telegiornali dell’epoca.

Il Grande Torino, che quella sera tornava da un’amichevole giocata a Lisbona organizzata per celebrare l’addio al calcio di Ferreira, grande amico di capitan Valentino, si spense in quella maledetta sera di inizio primavera sulla collina che domina la città ma quei ragazzi, quei campioni, quei padri di famiglia entrarono nella leggenda sportiva e non solo dell’intera nazione ed il giorno in cui mi trovai in quel luogo, dove ogni quattro maggio i tifosi granata vanno in pellegrinaggio, resterà nel mio ricordo indelebilmente come un brivido infinito.

Una squadra segnata dalla gloria e da tante tragedie, come quella di Gigino Meroni, un comasco ventiquattrenne, la farfalla granata, che a metà degli anni sessanta arrivò a Torino proveniente dal Genoa, con la sollevazione popolare dei tifosi rossoblù verso il presidente dell’epoca per quella cessione di un campioncino che era il Best italiano, un’ala funambolica che giocava con i calzettoni alla “cacaiola”,  convivente con una donna sposata, figlia di un giostraio che aveva conosciuto quando giocava nel Genoa, artista e pittore nel tempo libero, capellone e anticonformista.

Dopo una vittoria contro la Sampdoria al Comunale, era il 15 ottobre 1967, in compagnia del suo compagno Poletti, attraversando Corso Re Umberto, in un’altra serata di pioggia maledetta, venne investito da un auto guidata da un   giovane, Attilio Romero, che nel Duemila divenne poi presidente del Toro, lasciando nella disperazione una compagna, una famiglia, una tifoseria ed il mondo del calcio e la domenica successiva quel Toro guidato da Edmondo “Mondino” Fabbri, il tecnico italiano della fatal Corea dell’anno precedente ai mondiali inglesi, sembrò trovare dentro di sé lo spirito del Grande Torino, quando risuonava lo squillo di tromba del trombettiere del Filadelfia che dava il via al cosiddetto “quarto d’ora granata”, in cui capitan Valentino si rimboccava le maniche e per gli avversari di turno era notte fonda.

Ebbene quel giorno finì quattro a zero nel derby contro la Juventus, con una tripletta del centravanti argentino naturalizzato francese Nestor Combin e la rete di Alberto Carelli, che indossava proprio la maglia numero sette, in sostituzione del povero Meroni.

E poi come non ricordare Gustavo Giagnoni , l’allenatore con il colbacco e con la sua lunghissima sciarpa a righe bianche e granata, che andò vicinissimo a vincere lo scudetto nei primi anni settanta, quel triangolino tricolore che fu poi centrato nella stagione 1975-76, con Gigi Radice in panchina ed il suo gioco all’olandese, con i gemelli del gol Paolino Pulici detto “Puliciclone” e Ciccio Graziani, con le invenzioni del “Poeta del gol”, al secolo Claudio Sala, con una difesa imperniata sulle parate di “Giaguaro” Castellini, con la sua maglia verde di lana spessa, su Nello Santin, classico terzino della Samp delle stagioni precedenti, su Mozzini e Caporale, sul giovane arrembante mediano Patrizio Sala e su due interni di centrocampo complementari quali “Piedone” Pecci e Renato Zaccarelli.

Una vittoria attesa da quasi trent’anni, offuscata pochi mesi dalla prematura morte di Giorgio Ferrini, per tanti anni capitano di quella formazione e che incarnava alla perfezione lo spirito del Toro, fatto di lotta, sacrificio ed attaccamento alla maglia.

E poi gli anni ottanta, con tanti campioni alternatisi a vestire quella maglia pesante, da Leo Junior a Beppe Dossena, da Aldo Serena al centravanti austriaco Walter Schachner per arrivare al ricordo di Emiliano Mondonico, altro cuore granata, con quella indelebile immagine della sedia alzata a bordo campo ad Amsterdam, in quella finale Uefa contro l’Ajax in cui, dopo il 2-2 di Torino, quella sera la palla non entrava e per tre volte i sogni granata di vincere meritatamente quella coppa s’infransero contro i legni avversari e quella sedia restò per tanto tempo il simbolo di una squadra e di un popolo che da troppo tempo attende di tornare nel paradiso calcistico.

MARCO FERRERA      

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