La disfatta col Parma ennesima Caporetto del Genoa di Preziosi

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Non è mai semplice ordinare in un’ideale classifica le brutture mostrate da una squadra di calcio, ma non siamo lontani dal vero ad affermare che la prestazione offerta dal Genoa nello spareggio salvezza con il Parma è stata tra le peggiori (o la peggiore in assoluto?) degli ultimi anni. Perdere si può, anche in casa di fronte ad un’avversaria diretta, ma il vuoto pneumatico espresso dagli uomini di Maran non può essere giustificabile né col Covid – abbattutosi sui rossoblù più che sulle altre squadre di serie A – né con le fatiche del derby di Coppa Italia. Il totale predominio dei crociati non è certo dipeso dai due giorni in più di riposo dopo i rispetti impegni infrasettimanali.

Nel Genoa attuale non sta funzionando nulla, ed è arduo identificare qualche certezza dalla quale ripartire. Qui è davvero di caso di essere bartaliani: è tutto sbagliato, tutto da rifare. Il primo step però non può essere che un richiamo sostenuto nella preparazione atletica. Vero, il tempo è tiranno e sino alla sosta di fine anno mancano le opportunità per un lavoro in profondità, ma se non si mette una pezza a questi patenti handicap di brillantezza e di tonicità, è inutile confidare nella riscossa.

Anche mister Maran ci ha messo del suo. Parliamoci chiaro: se il suo ingaggio non fosse stato caldeggiato dal presidente – in spregio alla preferenza dell’allora diesse Faggiano per D’Aversa – la mannaia del licenziamento sarebbe già scesa sul suo capo. Forse per mancanza di alternative plausibili – Nicola, ancora sotto contratto, evidentemente lascia sempre perplesso il patron – il trentino sarà in panca anche a Firenze, ma non si prevedono ulteriori prove d’appello. Vittima delle contingenze negative (la pandemia e anche una tremenda serie di infortuni), Maran non ha ancora lasciato un’impronta nel gioco e nel rendimento dei suoi giocatori e lunedì, di fronte al Parma, ha suscitato diffuse perplessità per la gestione dei cambi: come ha potuto iniziare la teoria di sostituzioni con Shomurodov, che pur senza incantare era stato il solo genoano prossimo ad un giudizio di sufficienza? Un mistero.

Tuttavia le responsabilità dell’allenatore nell’impasse rossoblù sono relative e altamente minoritarie rispetto a quelle della dirigenza. Questa è una crisi che parte da lontano: dalla bocciatura in Europa League per mancanza della licenza alle contemporanee partenze di Rincon e Pavoletti quando il Grifo di Juric vinceva e convinceva. Per non parlare delle più recenti cessioni di Piatek e Kouamè e a quella di Romero, poi tornato in prestito. Anche prima Preziosi era uso vendere i propri “gioielli”, ma perlomeno si ributtava sul mercato internazionale alla ricerca di nuovi talenti. Negli ultimi anni il progressivo degrado si è riflettuto nel massiccio ingaggio non di elementi promettenti da forgiare ma di giocatori in chiara parabola discendente oppure di gran nome ma reduci da pessimi campionati o da lunghe soste dovute a gravi infortuni. Il Genoa di oggi è un cocktail per nulla esaltante tra Over 30 e reduci da operazioni alle ginocchia, con il corollario di parecchi elementi ai quali la serie A sta larghissima come le braghe indossate da un clown anoressico.

Osservando l’organico ruolo per ruolo, c’è da rabbrividire. In retroguardia non c’è un solo individuo minimamente veloce, come confermano le imbarcate rimediate in campo aperto dai vari interpreti alternati da Maran. Il centrocampo è di imbarazzante lentezza: Badelj non sta esaltando, ma avrebbe bisogno di lanciare giocatori fisicamente forti, tecnicamente provvisti e dotati di “gamba”: non ce n’è uno che risponda a questi requisiti.

Sulle fasce è peggio che andar di notte. Il solo giocatore all’altezza sarebbe Zappacosta, e il condizionale è d’obbligo con quella muscolatura così delicata e le vicissitudini ortopediche già passate. Il resto del lotto è di disarmante modestia sotto ogni aspetto.

Infine l’attacco. Sulle doti di Scamacca (peraltro autore di una recita da dimenticare nell’ultimo posticipo) non si discute, ma il capitolino non può da solo mascherare l’assoluta assenza di un partner affidabile (con la sola speranza che l’uzbeko completi presto il proprio ambientamento nel nostro calcio) e ancor più di compagni capaci di servirlo a dovere. Ma se il solo rifinitore di ruolo è Zajc, da anni finito nel dimenticatoio e, comunque, inadeguato sotto l’aspetto fisico a certi contesti, dove vogliamo andare?

Siccome la speranza è l’ultima a morire, aggrappiamoci ad un generale progresso atletico, alla tenuta di una difesa chiusa a riccio, a qualche altra invenzione di Scamacca. Il tutto, naturalmente, nell’auspicio che Preziosi riscatti sul mercato di gennaio le pessime scelte operate – da lui e dai suoi collaboratori – in estate e in molte sessioni precedenti. Guai a perdere ulteriore contatto con la zona salvezza: non si può aspettare ancora un mese per imprimere l’indispensabile svolta. Iniziare la risalita dopo, infatti, rischierebbe di essere troppo tardi.

PIERLUIGI GAMBINO

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