I Protagonisti del Derby

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Si assuma che i buoni sono sempre quelli che vincono, perché la storia non racconta mai la versione degli sconfitti. Questo fa dei Genoani i protagonisti di un derby di Coppa Italia senza pubblico e dei Sampdoriani gli antagonisti; ebbene nel film della partita nel primo tempo dei presunti protagonisti non c’è traccia, ci sono solo i blucerchiati.

Il problema dei rossoblù nei primi 45 è che non sono credibili nemmeno come antagonisti. Troppo passivi e succubi.  Sembrano quelli buoni ma inermi nei film a sfondo fantasy o medioevale, quei cari contadini buoni a zappare la terra e inabili a dar battaglia, sordi alle richieste dell’eroe di battersi per i loro diritti.

Se la trama é un fantasy, i cattivi sono i giganti. E chi giganteggia? Il centrocampo della Sampdoria, dove non saranno tutti delle cime inarrivabili, ma al confronto dei pari ruolo avversari svettano.

Valerio Verre era un regalo sgradito degli amici del Verona, i gialloblù dovevano riscattarlo e tenerselo tra le loro brume padane, é rimasto a scintillare per tutta l’estate sulle alture di Bogliasco, ha cominciato a ritagliarsi sempre più spazio e si è infine preso la scena con un gran gol. Oltre che con una prestazione maiuscola che all’intervallo pone un pesante punto interrogativo: perché non gioca piú spesso?

Morten Thorsby é arrivato con la nomea che si tirano addosso tutti i norvegesi che si danno al pallone, “é buono solo a correre e picchiare”, e invece in questo avvio di stagione a luci e ombre del Doria si mette in mostra come centrocampista a tutto tondo.

Adrien Silva é stato l’ultimo ad arrivare, ma é il primo dei nuovi arrivi: non sembra sbagliare un tocco, né una partita, o perlomeno nessuno degli spezzoni in cui é chiamato a giostrare. Proprio il suo unico errore illustra meglio di 1000 parole il capovolgimento della ripresa.

Ovvero quando i “buoni” si lasciano persuadere a dare battaglia dagli eroi e a sorpresa si trovano loro a maramaldeggiare sui titani che li angustiavano. Pur continuando ad essere poco più di semplici zappatori. É una fiaba genoana a cui nessuno potrebbe credere, e invece la scrivono negli spogliatoi e la mettono in scena nella ripresa in 3: Badelj, Shomurodov e Scamacca.

L’uzbeko é quasi commovente quando nel primo tempo si sbatte a vuoto per conquistare un palmo di terreno, uno spazio vitale per dimostrare di essere un attaccante e un uomo vero, e non un curioso alieno sbarcato per caso a Genova. Come per magia però i suoi tentativi di incidere goffi e disperati si trasformano in tocchi decisivi: Pellegrini lo serve sul primo gol, fugge verso la porta, solissimo con Audero e baratta l’incerta aurea gloria del gol per la comunque preziosa sicurezza dell’assit. In un qualche modo finisce per far carambolare comodo comodo il pallone a Lerager per il sorpasso, il quale poi poco prima di farlo uscire non è abbastanza bravo da rendergli il servizio.

Badelj non è tanto di più o di meno di un regista che sa fare il suo mestiere, la storia non la cambia lui da solo ma almeno da un senso a tutti quelli che prima giravano con disordine, e quando c’è da dare un vero tocco d’artista ruba la scena all’altro regista, lo sfortunato Adrien Silva, e lancia definitivamente la stellina Scamacca.

La differenza grossa alla fine l’ha fatta avere un centravanti vero. «Non abbiamo Lukaku davanti» urla Ranieri nello stadio vuoto quando ha ancora il pallino del match e Scamacca non ha quasi mai il pallone tra i piedi, e vede i suoi cercare La Gumina troppo approssimativamente. L’azzurrino non sarà (ancora) Lukaku o un Principe di quelli che vengono da Bernal, ma ne svolge adeguatamente le veci. Il primo è troppo facile, non ha bisogno di spiegazioni; «erano morti» protesta Audero ai compagni, quando pur avendo neutralizzato il suo colpo di testa si trova ugualmente battuto; semplicemente non ci sono più parole, di gioia o di delusione, quando trova il terzo, e già si potrebbe far scorrere i titoli di coda.

Federico Burlando

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