Il primo passo verso Spagna 1982: Olanda-Italia 46 anni fa

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Quel 20 novembre 1974 l’atmosfera al “De Kujp”, lo stadio di Rotterdam dove giocava il Fejenoord, era quella delle grandi occasioni: sessantamila “orange”, carichi di cori e birra, assiepavano le tribune delle grigie scalee nell’atmosfera fredda e brumosa tipica dei Paesi Bassi nella stagione autunnale, per spingere l’ Arancia meccanica (così veniva chiamata la rappresentativa locale) verso una vittoria contro l’Italia in chiara fase di rifondazione. Il calcio olandese era all’avanguardia ed aveva letteralmente “spaccato” il gioco del calcio, le prime uscite di questi calciatori e delle rispettive squadre, segnatamente Feyenoord ed Ayax che avevano dominato in Europa trionfando nelle Coppe dei Campioni dal 1970 al 1973, avevano fatto strabuzzare gli occhi a tecnici ed appassionati, con un rimescolamento nei ruoli ed una duttilità che segnarono un’epoca. Eppure la nazionale era stata sconfitta nella finale in Germania pochi mesi prima dai padroni di casa, nonostante i favori del pronostico fossero orientati verso Cruijff e compagni dopo incontri dominati in lungo ed in largo, con i brasiliani ridicolizzati in semifinale.

Nel mondiali tedeschi la nostra nazionale, dopo i fasti del Messico nel 1970, era incappata nella disfatta di Stoccarda, eliminata alla prima fase dall’emergente Polonia e quindi la ricostruzione fu affidata all’ormai settantenne Fulvio Bernardini, grandissimo calciatore negli anni Trenta e poi tecnico scudettato di Fiorentina e Bologna e con una lunga militanza nella seconda metà degli anni sessanta nella Sampdoria; grande amante dei piedi buoni quella sera fece esordire con la maglia numero dieci il ventenne Giancarlo Antognoni, il talento più limpido del nostro calcio che doveva risollevarsi dalle ceneri tedesche, rinnovando un organico dal quale era stati epurati mostri sacri quali Riva, Rivera, Facchetti e Mazzola tra gli altri.

LA SCELTA DI BERNARDINI

Il popolare “Fuffo” stupì tutti con una formazione azzardata in casa dei morali campioni del mondo, schierando davanti a Zoff una difesa formata da due terzini offensivi quali il romanista “Kawasaki” Rocca ed il fiorentino Moreno Roggi, con Francesco Morini e Zecchini coppia centrale, Orlandini in mediana con il rispolverato capitano del Napoli Iuliano ed il “putto” gigliato interni ed Anastasi e Boninsegna, non convocato in Germania, in attacco.

E non credemmo ai nostri occhi quando in avvio gli olandesi sembravamo noi: terzini che spingevano, manovra di prima e vantaggio dopo soli cinque minuti con Antognoni, che giocava guardando le stelle, che da sinistra scodella con il suo educatissimo piede destro verso il centro dell’area dove all’altezza del dischetto “Bonimba” prende il tempo all’avversario e di testa infila nell’angolo basso, sorprendendo il non irreprensibile Jongbloed, il portiere di bianco vestito che ai mondiali tedeschi indossava un’insolita maglia numero otto, quando i numeri erano dall’uno all’undici.

Esplose l’entusiasmo degli immigrati italiani in tribuna, capitanati dall’immancabile Serafino, fasciato di azzurro, tifoso italiano che girava il mondo al seguito delle formazioni nazionali. Gli olandesi restarono frastornati ed entrò in scena il russo Kazakov, il direttore di gara, che dopo un quarto d’ora negò un rigore solare a Boninsegna, affossato dal biondo Rijsbergen.

A metà frazione la scivolata di Rensenbrink, talentuoso numero undici olandese, pareggiò i conti e da quel momento la partita prese una piega diversa, con gli olandesi che cominciarono a far girare palla, con Suurbier e Krol terzini solo di nome ma di fatto vere e proprie ali, Haan, Neesekens e la regia di Van Hanegem a centrocampo per innescare due esterni quali Johnny Rep e Rensenbrink con Cruijff libero di svariare lungo tutto il fronte offensivo. Inevitabile subire nella ripresa la doppietta del più forte tra i forti, Johann Cruijff, il “profeta del gol” , con la terza rete arrivata al termine di una manovra fantastica, con il terzino Suurbier che chiese il “dai e vai” a Neeskens, penetrò in area da destra e regalò un cioccolatino al numero quattordici più famoso della storia del calcio , che spinse la sfera nella porta sguarnita, sancendo la vittoria dei suoi mentre la nebbia calava sullo stadio olandese.

Ma quella partita in cui uscimmo sconfitti fu di fatto il primo passo di una Nazionale che negli anni a venire, riveduta, corretta e poi affidata ad Enzo Bearzot, mostrò il calcio più scintillante nei mondiali di Argentina quattro anni dopo arrivando quarta e suggellò la sua crescita quattro anni dopo, con il “Campioni del mondo” urlato da Nando Martellini alla fine della vittoriosa finale contro la Germania Ovest.

Marco Ferrera

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